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Trieste, una città che scrive è una città libera

Trieste. Sì, James Joyce. Ok, Umberto Saba. D’accordo, Italo Svevo. Certo, tutto giusto. Ma anche una città poliglotta, culturalmente vivace, che scrive. Sui muri, soprattutto. Si dice che l’anima di una città sia custodita dalle sue pareti.Nel caso di Trieste, è indubbiamente vero. Grazie al musical Il fantasma dell’Opera, per la prima volta in Italia, finalmente sono riuscita a visitarla. Venite che vi racconto.

Molo Audace

Se abitassi a Trieste, penso che starei qui tutte le sere, estate e inverno. Si chiama così, o meglio, è stato ribattezzato così, in onore  del cacciatorpediniere Audace, la prima nave della Marina Militare Italiana arrivata a Trieste il 3 novembre 1918. Anche oggi, devi essere audace per dichiararti dinnanzi a un tramonto così spettacolare. Credo, infatti, che sia uno dei posti più romantici che abbia mai visto. Se non sei in coppia, sembra che porti comunque fortuna percorrere i 2oo metri della passerella, bora o non bora, e arrivare a toccare la rosa dei venti posta alla fine del molo nel 1925 e costruita con il bronzo dei cannoni austro-ungarici. Fate l’amore non fate la guerra, sembra dirci. Come non essere d’accordo?

Piazza Unità d’Italia 

E’ la piazza principale di Trieste, quella che è stata testimone di tutti gli avvenimenti storici che hanno forgiato la città e l’hanno resa quella che vediamo ora. Circondata e difesa ai tre lati dal palazzo del governo in stile liberty, quello delle Assicurazioni Generali e del Lloyd Triestino e, l’ultimo arrivato, il palazzo del Municipio. L’ultimo lato è libero, ma non è sempre stato così, per guardare il mare. O essere guardati, dipende dai punti di vista. Il mare una volta invadeva la piazza e oggi vediamo delle luci blu sul pavimento dove prima c’era lo spazio per ormeggiare la barca. E’ una piazza maestosa, da attraversare giorno e notte per andare verso il mare o in uno dei mille locali che affollano il centro storico. E’ anche sede di concerti e qui ci sono alcuni dei caffè letterari più famosi e frequentati della città, di cui vi parlerò nel dettaglio più avanti. 

Castello di Miramare

Una gita che vi consiglio di fare, se avete abbastanza tempo. Non tanto e non solo per il castello, ma per l’ambiente circostante e il viaggio in traghetto per arrivarci. La visita può trasformarsi in una fantastica gita. Il Castello di Miramare è un elegante edificio realizzato in pietra d’Istria bianca che sorge sulla punta del promontorio carsico di Grignano, a pochi km dal centro città di Trieste.
L’edificio fu costruito tra il 1856 e il 1860 come dimora dell’arciduca Massimiliano d’ Asburgo e della sua consorte, la principessa Carlotta del Belgio. E anche oggi, dà proprio l’impressione di una casa abitata, non tanto di un museo. Solo che nessuno la abita più da decenni. E sapete perché? Sul Castello di Miramare pare che circoli una leggenda secondo la quale dormirci porterebbe sfortuna: i primi due proprietari ebbero una fine tragica e anche ai successivi non andò meglio, furono tutti infelici o danneggiati in qualche modo. Tanto che uno degli ultimi occupanti preferì dormire in tenda nel giardino! Sembra incredibile che un luogo così ipnotico possa portare sfortuna, eppure…sarà la natura a ribellarsi? Le scogliere sono selvagge e non vogliono essere domate. Allora non ci resta che girare per il parco, dove si potrebbe tranquillamente stazionare tutto il giorno. Certo, che strana la vita: Massimiliano e Carlotta qui avrebbero potuto trascorrere un’eterna luna di miele e invece…lui assassinato e lei tornata in Belgio dopo essere rimasta vedova.

Lungomare di Barcola e Faro della Vittoria

Purtroppo non ho avuto abbastanza tempo per visitare con calma questa parte di Trieste, ma se voi avete più giorni, fatelo. Il lungomare l’ho visto e fotografato dal traghetto che mi portava al Castello di Miramare (vedi sopra). Dal faro, si gode una vista spettacolare sul golfo ed è aperto al pubblico, con entrate contingentate. Spero di potervene parlare più approfonditamente la prossima volta!

Stabilimento La Lanterna

Anche detto El Pedocin, questo bagno ha una particolarità: è l’unico stabilimento in Italia in cui uomini e donne fanno il bagno e prendono il sole separati…da un muro. In acqua, però, c’è solo un cordolo a separarci, quindi chi vuole darsi un bacetto frettoloso e di nascosto può farlo ❤️
Nelle due ore di relax che mi sono concessa per staccare dal caldo cittadino, c’era una donna che ha fatto il bagno vestita, altre che vivevano il mare in assoluta naturalezza. Non vi dico come ho fatto io il bagno, non avevo previsto questa pausa e non ho portato con me il costume da bagno! 🙂
Insomma, assoluta anarchia per tutte, come è giusto.
L’ingresso costa 1 euro per tutta la giornata e all’interno troverete docce, bagni e bar. Gli animali non sono ammessi.

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Teatro Romano

Splendido, come tutti i teatri romani, in pieno centro, un po’ buttato lì. Pare che all’epoca della costruzione nel sito ci arrivasse il mare. E che sia stato piano piano sepolto dalle costruzioni intorno, per essere poi riscoperto nel 1938. Anche oggi, secondo me non è valorizzato abbastanza, solo gli amanti della storia romana si fermeranno a guardarlo ammirati. Peccato, l’ennesima bellezza seminascosta dall’incuria dei tempi moderni. Pensate come doveva essere scenografico in tempi antichi, con il mare ai suoi piedi.

Cattedrale di San Giusto

Sorge sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città e solo per questo vale una visita, soprattutto se arrivate a piedi dalle scalette. Se avete abbastanza tempo, anche l’interno merita una visita. Altrimenti, giratele intorno e scoprirete una parchetto con resti romani, dove passare una mezz’ora di pace e tranquillità, e il castello di San Giusto. E’ un’area dove rilassarsi dalle fatiche della giornata. 

Castello di San Giusto

E’ una fortezza-museo dove sicuramente vale la pena di entrare, anche perché è considerato uno dei simboli della città. Io, purtroppo, sono arrivata all’ora di chiusura, anticipata per un concerto serale. C’era la cantante Alice quella sera e mi sono fermata a sentire le prove. Come me, anche tutte le persone che si stavano rilassando nel parco adiacente (vedi sopra).

Risiera di San Sabba

Volevo visitare la risiera di San Sabba da quando ho letto il romanzo di Kirk Douglas, Danza con il diavolo, che in parte è ambientato proprio qui. Come dice il nome, la risiera nacque tra fine Ottocento e inizio Novecento come stabilimento industriale per la lavorazione del riso. Cessata la produzione, a partire dal 1930 fu utilizzato dall’esercito come magazzino, fino a diventare una caserma nel 1940. In seguito all’occupazione del territorio da parte delle forze tedesche, l’ex opificio fu utilizzato come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e successivamente trasformato in campo di detenzione. Dopo la liberazione e fino ai primi anni Sessanta, divenne poi campo di raccolta per profughi in fuga durante la “cortina di ferro”. Oggi, è un memoriale come quelli dei campi che si trovano in Germania. Inutile dire che la visita è dovuta, triste e anche commovente, per alcuni reperti, lettere soprattutto, che sono state raccolte ed esposte. Fa meno impressione, forse, perché conserva la struttura di uno stabilimento industriale abbandonato, nonché il nome di quella fabbrica. Ma le anime di chi qui ha lasciato la vita, si respirano lo stesso. Ci sono arrivata con una lunga passeggiata dal centro città fino in periferia, tornando poi indietro con un autobus. Se avete abbastanza tempo, vi consiglio di fare lo stesso, la distanza non è eccessiva e vedrete una Trieste diversa. Come vi consiglio di non perdere questa visita. 

celle san saba logo

san sabba edificio principale logo

risiera san sabba particolare logo

risiera san sabba cella della morte logo

risiera san sabba lettera sloveno logo

risiera san sabba particolare muro entrata logo

Canal Grande

Mentre camminate per fatti vostri nel centro città, finirete per imbattervi nel Canal Grande di Trieste, e improvvisamente sarà Venezia. E’ stato infatti realizzato da un veneziano a metà del 1700 perché le navi in arrivo potessero scaricare le merci in centro città,  è navigabile e si trova nel cuore del Borgo Teresiano. Per chi ama la fotografia e la letteratura, è una tappa imprescindile. E’ circondato di Palazzi, uno più bello dell’altro, ed è attraversato da due ponti pedonali, Rosso e Verde, e una passerella. Sul Ponte Rosso mi aspetta una vecchia conoscenza, vado a presentarmi.

Ponte Rosso e la statua di James Joyce

Proprio lui, il mio amato James Joyce. Sì, lo so, la cara Virginia Woolf non sarebbe d’accordo, ma che posso farci? Gente di Dublino ancora oggi è uno dei miei libri preferiti, prima o poi dovrò rileggerlo e parlarvene. Tornando alla statua di Joyce: si presta a mille foto curiose. L’avrei preferita rivolta verso il mare, ma chissà: Joyce lo guardava il mare quando passava di lì? Nel Museo di Joyce non ne parlano.

Museo Joyce

Il museo che Trieste ha dedicato a Joyce si trova a due passi dal b&b che ho scelto per soggiornare, quindi non potevo non farci una capatina. Nato nel 2004 grazie a una donazione privata, sancisce il lungo rapporto che lega lo scrittore irlandese alla città e si trova al secondo piano della Biblioteca Civica Hortis. All’interno, c’è anche il museo sveviano dedicato a Italo Svevo, proprio a sottolineare il rapporto profondo tra i due.  Il museo raccoglie e conserva materiali e documenti originali sul periodo trascorso da Joyce a Trieste, contiene una biblioteca con le edizioni delle sue opere, strumenti critici in varie lingue e una collezione completa delle maggiori riviste di argomento joyciano in lingua inglese. Considerato anche il costo esiguo, se siete joiciani come me, non potete non rendere omaggio con una visita. 

Cosa mangiare

A Trieste si mangia non beve, benissimo, e c’è un’usanza divertente. Vai in un’osteria tipica e lasci fare all’oste. Io ne ho scelto uno che  mi ha suggerito il proprietario del b&b in cui ho alloggiato. E’ antipatico, però cucina bene. E allora, nessun problema. Alla fine non era neanche antipatico, solo umorale. Da lui ho assaggiato per la prima volta in vita mia i sardoni in Savòr , cioè alici con le cipolle, marinate nell’aceto bianco. A casa, invece, mi sono riportata il Presnitz,  un arrotolato di pasta sfoglia ripieno di un trito di frutta secca, cacao e rum, e la Putizza, un lievitato tipico pasquale che però si trova nelle pasticcerie tutto l’anno. A Trieste ha anche aperto una sede dell’Hotel Sacher di Vienna e io non potevo non assaggiare il famoso dolce austriaco dai detentori (?) della ricetta originale. Sono uscita pienamente soddisfatta. Non parliamo poi dei caffè letterari, una vera benedizione per ogni lettore e scrittore che si rispetti. Ma ve li immaginate mentre stazionano in questi ritrovi per intellettuali e discutono, pensano, scambiano informazioni e pareri, per poi tornare a casa nella solitudine della propria carta e penna? Io sì, come se fossero qui, ora, al mio fianco.

Dove alloggiare

Ho soggiornato nella centrale ma non troppo via di San Michele, e ve la consiglio perché mi sono trovata molto bene. La via è abbastanza trafficata, ma il quartiere è tranquillo e vicinissimo a tutti i punti storici e ai servizi.  Il b&b che ho scelto è vecchio stampo, con una cucina in comune e la colazione preparata dal proprietario, con la possibilità di chiacchierare al tavolo con gli altri ospiti. Attenzione solo alla scelta dell’alloggio, perché le case sono antiche e molte non hanno l’ascensore, quindi non accessibili a chi ha problemi di deambulazione o un’età avanzata. Chiedete prima di prenotare.

Tour dei caffè letterari

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Anne Berest, chi ha inviato La cartolina?

Anne Berest è la mia prima scoperta del 2023. Pensavo di sapere tutto su nazismo, ebrei e deportazione. Invece, avevo sottovalutato un aspetto fondamentale: la storia la scrivono i vincitori. E ai vincitori non piace ricordare cosa è successo in tempo di guerra. Soprattutto, se la storia alla fine tira fuori la verità. Ecco cos’è stato per me questo libro: un po’ saggio, un po’ autobiografia, un po’ (credo) romanzo.

Trama

Nel 2003 la madre di Anne Berest riceve una strana cartolina anonima sulla quale sono scritti soltanto quattro nomi, Ephraïm, Emma, Noémie e Jacques, ovvero i nonni e gli zii morti ad Auschwitz. Lì per lì pensa a uno scherzo di cattivo gusto, la mette in un cassetto e se la dimentica. Quasi vent’anni dopo, però, Anne Berest decide di scoprire chi l’abbia mandata. È l’inizio di un’indagine a ritroso nel tempo in cui Anne ricostruisce la storia della sua famiglia, ebrei russi approdati a Parigi dopo una rocambolesca fuga. Dieci anni di pace prima che la Francia sia invasa dalla furia nazista e la persecuzione degli ebrei diventi un incubo che avrà per quella famiglia un tragico epilogo. Alla fine, Anne scoprirà chi ha mandato la cartolina, ma la cosa non è importante quanto il risultato delle sue ricerche, che la porterà a capire cosa abbia significato essere ebrei durante il Novecento e cosa significhi oggi.

Una neomamma che si chiede da dove viene 

Il libro di Anne Berest ha molti pregi. Uno dei quali è presentarci una famiglia di ebrei non osservanti, che vivono esattamente come qualsiasi laico nel proprio Paese. Ad Anne serve una rottura, in questo caso il suo diventare madre, per interessarsi davvero alle sue origini. Anche perché nella sua famiglia c’è molto di taciuto. La nonna non amava ricordare la sua tragedia e ne parlava poco, quasi sempre alla nipote. Che per pudore, o intuendo che fosse qualcosa di troppo grande per lei, evitava di parlarne alla madre. Queste figure di donna, nei loro silenzi, sono molto potenti. In quante famiglie succede lo stesso? In tante. Siamo abituati alla figura del superstite come a colui, o colei, che deve tramandare la memoria perché certi fatti non accadano più. Invece accadono ancora oggi, sono sotto i nostri occhi. E non tutti vogliono parlarne. O denunciare. O addirittura ricordarli. “Nei momenti di instabilità economica e sociale aumenta la paura del diverso, dell’altro, che sia donna, straniero, migrante o ebreo. Per questo è importante ricordare le tragedie del passato”, afferma la scrittrice.

Un viaggio nel passato

La cartolina rompe il silenzio. Chi l’ha mandata? E perché? Anne Berest e la madre si mettono alla ricerca della persona che l’ha spedita. Così facendo, Anne scopre che la madre già in passato aveva tentato qualche ricerca. Purtroppo senza grandi successi, perché Myriam (nonna di Anne e madre di Lélia) è stata per tutta la vita una figura sfuggente. Anne a un certo punto dice una cosa che mi ha colpito molto: “ci guardava e sembrava che nei nostri sguardi, nelle nostre risate, vedesse qualcun altro. Era lì, ma da un’altra parte”. La cartolina rappresenta il sottile filo col passato, leggendo capirete perché. Intanto, posso dirvi che la cartolina raffigura l’Opéra Garnier, con il timbro del Louvre. Entrambi gli elementi sono importanti. “Non siamo mai stati religiosi ed era come se la nostra identità ebraica esistesse attraverso le definizioni degli altri. Il passato continuava a entrare nel presente. Era giunto il momento di indagare la storia della mia famiglia e mi è subito tornata in mente la cartolina“.

Il puzzle si ricompone

E così, passo dopo passo, tassello dopo tassello, Anne Berest riesce a ricostruire la storia dei suoi antenati, dei bisnonni e dei prozii che non sono più tornati dalla deportazione. E con loro, la storia e le figure di chi è stato causa o spettatore degli eventi che hanno portato alla tragica fine di questa famiglia. Myriam si è salvata per caso e per fortuna. Gli altri componenti della famiglia avrebbero potuto salvarsi, se solo Ephraïm avesse dato ascolto agli avvertimenti e non alla sua volontà di trasformarsi in un francese in tutto e per tutto. E’ interessante anche come Anne Berest ci mostri senza filtri la differenza di giudizio tra lei e la madre, tra la prima generazione nata dopo la guerra e l’ultima nata durante la guerra. Tra la passione di chi ha subìto e la razionalità di chi non ha vissuto.

“Mamma, non ti sembra strano che allevano maiali pur essendo ebrei?”

Se ne fregavano completamente! …poteva avere un senso nei Paesi caldi…ed Ephraïm non era osservante“.

“Forse il fatto che il direttore agricolo dice di non essere competente è una forma di resistenza. Non occuparsene è un modo per impedire che le cose vengano fatte”.

“Sei un’ottimista. Non so proprio da chi hai preso”. 

“Smettila! Non sono ottimista, penso solo che si debbano prendere in considerazione le due facce della medaglia. In tutta questa storia mi affascina pensare che in una stessa amministrazione pubblica, quella francese, possano coesistere stronzi e persone come si deve”. 

Le due facce della medaglia

Questo è un altro punto molto interessante, che fa di questo libro, secondo me, una buona lettura per i ragazzi da consigliare a scuola. Innanzitutto, esplora il ruolo dei Paesi vincitori della seconda guerra mondiale nella discriminazione prima e nella deportazione poi degli ebrei. Ruolo di cui non si parla mai, o solo di sfuggita. Eppure, anche in Francia c’erano i campi di concentramento. I fratelli di Myriam finiscono a Pithiviers, nella Loira. Prima “accolgono” i giovani, poi le altre categorie, per rispettare i numeri imposti dai tedeschi. Perché questa distinzione?

“Lo so, sembra strano, perché abbiamo in testa le immagini di intere famiglie arrestate insieme, figli, genitori, nonni… Ma esistevano vari tipi di arresto. Il progetto del Terzo Reich , lo sterminio di milioni di persone, era talmente di ampia portata che hanno dovuto scaglionarlo su vari anni. Abbiamo visto come in un primo tempo le ordinanze puntassero a neutralizzare gli ebrei per impedire loro di agire. Hai capito il giochino?”. “Sì, separare gli ebrei dalla popolazione francese, allontanarli fisicamente, renderli invisibili”. “Addirittura nella metropolitana, dove non potevano più salire nei vagoni dei francesi…”. “Ma non tutti sono rimasti indifferenti”. 

No, non tutti sono rimasti indifferenti

Anne Berest ci racconta di persone che hanno aiutato, o provato ad aiutare, gli ebrei. Molte sono donne, anche di loro si parla poco nella storia dei vincitori, di solito uomini: Janine Picabia, la sorella di nonno Vicente, una delle poche donne a capo di una rete di resistenza, Gloria. La madre di Janine, Gabrielle Picabia, un’artista prestata alla resistenza. Adélaïde Haas Hautval, medico e psichiatra francese, imprigionata nel campo di concentramento di Auschwitz, e prima nel campo francese di Pithiviers dove conobbe la sorella di Myriam Noémie e la scrittrice Irène Némirovsky, curava i prigionieri e si rifiutò di collaborare con la sperimentazione medica nazista. È stata nominata Giusta tra le Nazioni nel 1965. Samuel Beckett, anche lui si unì alla resistenza.

I palazzi raccontano

E ci racconta di luoghi che conosciamo bene, anche se forse meno bene per la loro storia. Come l’Opéra Garnier, che durante la guerra diventò il posto di ritrovo e di divertimento dei nazisti. O come l’ufficio postale del Louvre, il più grande di Parigi e aperto h24, per questo il preferito da chi voleva inviare notizie ai familiari. Vi avevo detto sopra che erano dettagli importanti…non a caso nella foto in evidenza del blog c’è proprio l’Opéra, che ho visitato durante il viaggio a Parigi

E ci racconta tanto altro. Per esempio, come la Francia abbia tentato di seppellire sotto un tappeto elegante i fatti avvenuti durante la guerra e come altre figure abbiano lottato, e ancora lottino, per far emergere la verità, Ma temo che finirei per annoiarvi. Quello che posso fare, è consigliarvi questo libro, dopodiché ognuno attiverà gli approfondimenti che ritiene utili in base ai suoi interessi. Ma non fatevelo sfuggire, questo posso senz’altro dirlo.

Avete altri libri da suggerirmi? Avete dei ricordi da condividere? Scrivetemi nei commenti.

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Danza con il diavolo – Kirk Douglas

Kirk Douglas sembrava immortale, eppure quest’anno ci ha lasciato, dopo aver passato 103 anni su questa terra. Avevo questo suo romanzo in libreria già da un po’  e mi è sembrato il momento giusto per iniziarlo, perché con il diavolo ci stiamo ballando. Sperando che lui, invece, ora stia danzando con gli angeli…

Trama

Dietro la facciata smagliante di regista famoso e rispettato, Denny nasconde un segreto che lo tormenta fin dall’infanzia, costringendolo a mentire sempre. Ma l’incontro con la sensuale Luba fa crollare il castello di menzogne in cui si è rifugiato.

Una storia ben congegnata

La storia congegnata da Kirk Douglas non è male. Danny è un uomo che dopo essere sopravvissuto al campo di concentramento, decide di dimenticare il suo passato e le sue origini, trasformandosi d’un tratto in un “gentile”. Luba è una ragazza bella e disinibita, che ha imparato a sopravvivere e sarebbe disposta a tutto pur di rimanere a galla. Danny e Luba hanno tanti segreti che rischiano di dividerli, eppure l’attrazione che provano l’uno per l’altra è innegabile. E ha un comune denominatore: la risiera San Sabba, a Trieste, che venne utilizzata dai nazisti dopo l’8 settembre 1943 come campo di prigionia. Dopo quell’esperienza traumatica, lui si è fatto avanti nella vita sfruttando la sua grande passione per il cinema, lei è ancora in cerca del suo vero talento e nel frattempo usa il suo corpo.

Per fortuna era un attore!

Purtroppo, in più punti ho pensato che per fortuna Kirk Douglas ha scelto il mestiere di attore e non quello di romanziere. Non perché l’intreccio non sia godibile, anzi. E’ solo che inserisce troppi elementi che funzionerebbero alla grande in un film, ma non al 100% in un romanzo. Le scene di sesso, per esempio, sembrano a volte poco funzionali alla storia, come se fossero piazzate lì per suscitare interesse voyeuristico nel lettore, o scandalizzarlo. Nessuno dei due intenti riesce in pieno e secondo me danneggia un po’ la tenuta complessiva della storia. A tutto svantaggio della catarsi finale, sulla quale avrebbe al contrario potuto calcare di più la mano.

Comunque, tanto di cappello a Kirk. Mettersi a scrivere dopo i settant’anni una carriera incredibile non è da tutti. D’altra parte, è evidente che lui non fosse un uomo standard. Siete d’accordo? 🙂

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Ich bin Berliner/6: Sachsenhausen

Sachsenhausen. Tranquillità. Pace. Silenzio. Desolazione.

Orrore.

Silenzio.

Lacrime.

La mia visita a Sachsenhausen è tutto questo, e anche qualcosa d’inesprimibile a parole.

Cos’è Sachsenhausen? Era un campo di concentramento nazista che si trova a circa 35 km a nord da Berlino, a Oranienburg, e che venne utilizzato principalmente per i prigionieri politici dal 1936 fino alla fine del Terzo Reich nel maggio 1945. Successivamente, Oranienburg entrò a far parte della zona di occupazione sovietica, quindi la struttura venne usata come campo speciale fino al 1950.

Non avevo mai visto prima un campo di concentramento, ma ero convinta che tutti i film e i libri sull’argomento mi avessero in qualche modo preparato a quello che avrei trovato.

No, proprio no.

Nella cittadina si arriva facilmente con un treno e c’è un autobus alla stazione che porta direttamente al campo, anche se volendo si può andare a piedi. L’impatto direi che è leggero. Casette singole, la posta, la farmacia, il giornalaio. La tranquillità assoluta. Poi, una sottile inquietudine si fa strada ancora prima di entrare. Il paragone è blasfemo, ma sembra il quartiere delle Casalinghe disperate, perfetto all’apparenza, marcio dentro. Le case sono attaccate al campo, quando avevo sempre pensato che fossero stati costruiti fuori dai centri abitati per non avere testimoni del massacro.

Invece, qui sembra che sia perfettamente inserito nella comunità. L’audioguida conferma il sospetto: la popolazione sapeva, sapeva e accettava. Il giro è costruito in modo da non impressionare fin dall’inizio, lasciando al visitatore il tempo di “acclimatarsi”. Il primo edificio che incontro è la casa del generale, dentro un giardino che oggi ospita diverse lapidi spontaneamente donate dai parenti di alcune vittime. Vedo un signore che passeggia con un mazzo di fiori in mano e mi rendo conto di non aver pensato a un omaggio. Per terra ci sono tante piccole pigne, mi sembrano ideali per rimediare. La pigna è associata metaforicamente all’eternità e all’immortalità. Il pino, infatti, è un sempreverde, non ingiallisce e non perde le foglie. Non so chi siate, né dove siate sepolti, ma oggi questa pigna è per voi.

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Per voi, che oggi siete FREI, LIBERI.

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Arbeit macht frei

Il famigerato slogan “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi” mi fa capire che sto per entrare davvero nel campo.

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Una volta attraversato il cancello, mi sono ritrovata in un campo vasto, una landa desolata, perché come me anche gli altri sono ammutoliti improvvisamente. Il campo è vasto, si sente solo il vento sugli alberi e qualche cornacchia ogni tantoimg_5022. M’innervosisce la perfezione geometrica con cui è stato pensato e progettato. Dalla cima della Torretta A, che si trova sopra il cancello, le SS di guardia potevano raggiungere e uccidere tutti i prigionieri con una mitragliatrice e se qualcuno provava a scappare veniva subito individuato. Le fabbriche in cui lavoravano i prigionieri sono state dismesse, rimane solo il perimetro riempito di sassi, per far capire com’erano collocate all’epoca. Alcune baracche sono state ricostruite quando il sito è diventato museo.

In mezzo al campo c’è poi una specie di mezzaluna, la cosiddetta “via delle scarpe“, dove i prigionieri percorrevano per km su km terreni di diversa consistenza, costruiti appositamente per testare la suola delle stivali che sarebbero poi stati utilizzati dai soldati tedeschi. In quel momento si è affacciato un pensiero sgradito, quanto fosse grottesco aver appena assistito a una maratona, dove si consumano suole in un’attività divertente, e dover poi immaginare quanto massacrante fosse questo “lavoro” per i prigionieri.

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Il campo di Sachsenhausen era completo di tutto: prigione, cucina, lazzaretto, infermeria. L’infermeria è quasi alla fine del giro ed è veramente orribile, nel vero senso della parola. Due padiglioni con sotterranei comunicanti, in cui i medici nazisti compivano i loro esperimenti, soprattutto sui bambini.  A un certo punto la gola mi si è strozzata, dovevo uscire subito di lì, respirare aria, tornare all’aperto.

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Mi sono seduta su un muretto, alle prese con sentimenti di rabbia, impotenza, nonostante tutto incredulità, smarrimento. Come, come sia stato possibile tutto questo, rimarrà probabilmente un mistero per tutti quelli che non l’hanno vissuto. Come, come queste atrocità vengano compiute ancora oggi, può essere spiegato solo con l’incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori. E con la capacità dell’uomo di tacitare la propria coscienza.

Il post sarebbe dovuto terminare con il resto della giornata. Mi perdonerete se rimando a domani il resto.

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