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Il quaderno dell’amore perduto di Valérie Perrin

Un’altra sopresa in questa estate di sorprese, il mio incontro con Valérie Perrin. Non amo i libri o gli scrittori che vanno di moda, perché spesso le mode sono influenzate da fattori molto poco oggettivi. Ma ho trovato a un buon prezzo il primo libro della scrittrice francese, tradotto dopo il grande successo dei suoi lavori successivi. Bè, mi sono ricreduta: successo meritato. Venite che vi racconto.

Trama

Segnata dalla morte dei genitori, la giovane Justine ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di lavorare come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione. Così compra un quaderno azzurro in cui riporta ogni parola di Hélène e, mentre le pagine si riempiono del passato, Justine inizia a guardare al presente con occhi diversi. Forse il tempo di ascoltare i racconti degli altri è finito, ed è ora di sperimentare l’amore sulla propria pelle. Ma troverà il coraggio d’impugnare la penna per scrivere il proprio destino?

Il quaderno azzurro

Il romanzo di Valérie Perrin mi è piaciuto moltissimo, soprattutto il finale. I fatti sono narrati da una giovanissima che, chissà perché, ha una sola passione: gli anziani. Accudirli e ascoltarli è un lavoro che le piace, soprattutto perché non lo fa più nessuno, parenti su tutti. Quindi, questi anziani finiscono nelle case di riposo, spesso senza nessuno che li vada a trovare. E, soprattutto, senza nessuno che voglia ascoltare la loro storia. Infatti, non a caso il titolo originale è “I dimenticati della domenica”. Justine lo fa, li ascolta, e compra anche un quaderno azzurro, per non perdersi neanche una parola di quello che le viene detto. E così, veniamo anche noi a conoscenza del grand amore di Hélène e della vita che è passata e sta per lasciarla andare. Ma Hélène ha un compagno fedele, che non l’abbandona e la sorveglia costantemente. Sarà solo lei a decidere quando andare e lui lo segnalerà. 

Justine

Nonostante il focus su Hélène e l’amore della sua vita, è stata proprio Justine a incuriosirmi di più. E a farmi versare una lacrimuccia, o forse più di una, al termine della lettura. Perché nonostante le sue vicende familiari non semplici, è una ragazza trasparente, gentile, generosa, molto salda nei suoi valori. Se tutti gli operatori sanitari fossero come lei, vivremmo in modo più sereno anche l’inevitabile tristezza degli ultimi momenti, ne sono sicura. Al netto di alcuni passaggi non proprio convincenti, soprattutto nella fase in cui il terribile segreto della sua famiglia verrà rivelato, Un romanzo che vi consiglio se avete voglia di nostalgia, riflessione e romanticismo sottobosco. 

A questo punto, non mi rimane che leggere anche gli altri. Voi siete appassionati di Valérie Perrin? Qual è il vostro romanzo preferito? Fatemi sapere nei commenti! 

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Trieste, una città che scrive è una città libera

Trieste. Sì, James Joyce. Ok, Umberto Saba. D’accordo, Italo Svevo. Certo, tutto giusto. Ma anche una città poliglotta, culturalmente vivace, che scrive. Sui muri, soprattutto. Si dice che l’anima di una città sia custodita dalle sue pareti.Nel caso di Trieste, è indubbiamente vero. Grazie al musical Il fantasma dell’Opera, per la prima volta in Italia, finalmente sono riuscita a visitarla. Venite che vi racconto.

Molo Audace

Se abitassi a Trieste, penso che starei qui tutte le sere, estate e inverno. Si chiama così, o meglio, è stato ribattezzato così, in onore  del cacciatorpediniere Audace, la prima nave della Marina Militare Italiana arrivata a Trieste il 3 novembre 1918. Anche oggi, devi essere audace per dichiararti dinnanzi a un tramonto così spettacolare. Credo, infatti, che sia uno dei posti più romantici che abbia mai visto. Se non sei in coppia, sembra che porti comunque fortuna percorrere i 2oo metri della passerella, bora o non bora, e arrivare a toccare la rosa dei venti posta alla fine del molo nel 1925 e costruita con il bronzo dei cannoni austro-ungarici. Fate l’amore non fate la guerra, sembra dirci. Come non essere d’accordo?

Piazza Unità d’Italia 

E’ la piazza principale di Trieste, quella che è stata testimone di tutti gli avvenimenti storici che hanno forgiato la città e l’hanno resa quella che vediamo ora. Circondata e difesa ai tre lati dal palazzo del governo in stile liberty, quello delle Assicurazioni Generali e del Lloyd Triestino e, l’ultimo arrivato, il palazzo del Municipio. L’ultimo lato è libero, ma non è sempre stato così, per guardare il mare. O essere guardati, dipende dai punti di vista. Il mare una volta invadeva la piazza e oggi vediamo delle luci blu sul pavimento dove prima c’era lo spazio per ormeggiare la barca. E’ una piazza maestosa, da attraversare giorno e notte per andare verso il mare o in uno dei mille locali che affollano il centro storico. E’ anche sede di concerti e qui ci sono alcuni dei caffè letterari più famosi e frequentati della città, di cui vi parlerò nel dettaglio più avanti. 

Castello di Miramare

Una gita che vi consiglio di fare, se avete abbastanza tempo. Non tanto e non solo per il castello, ma per l’ambiente circostante e il viaggio in traghetto per arrivarci. La visita può trasformarsi in una fantastica gita. Il Castello di Miramare è un elegante edificio realizzato in pietra d’Istria bianca che sorge sulla punta del promontorio carsico di Grignano, a pochi km dal centro città di Trieste.
L’edificio fu costruito tra il 1856 e il 1860 come dimora dell’arciduca Massimiliano d’ Asburgo e della sua consorte, la principessa Carlotta del Belgio. E anche oggi, dà proprio l’impressione di una casa abitata, non tanto di un museo. Solo che nessuno la abita più da decenni. E sapete perché? Sul Castello di Miramare pare che circoli una leggenda secondo la quale dormirci porterebbe sfortuna: i primi due proprietari ebbero una fine tragica e anche ai successivi non andò meglio, furono tutti infelici o danneggiati in qualche modo. Tanto che uno degli ultimi occupanti preferì dormire in tenda nel giardino! Sembra incredibile che un luogo così ipnotico possa portare sfortuna, eppure…sarà la natura a ribellarsi? Le scogliere sono selvagge e non vogliono essere domate. Allora non ci resta che girare per il parco, dove si potrebbe tranquillamente stazionare tutto il giorno. Certo, che strana la vita: Massimiliano e Carlotta qui avrebbero potuto trascorrere un’eterna luna di miele e invece…lui assassinato e lei tornata in Belgio dopo essere rimasta vedova.

Lungomare di Barcola e Faro della Vittoria

Purtroppo non ho avuto abbastanza tempo per visitare con calma questa parte di Trieste, ma se voi avete più giorni, fatelo. Il lungomare l’ho visto e fotografato dal traghetto che mi portava al Castello di Miramare (vedi sopra). Dal faro, si gode una vista spettacolare sul golfo ed è aperto al pubblico, con entrate contingentate. Spero di potervene parlare più approfonditamente la prossima volta!

Stabilimento La Lanterna

Anche detto El Pedocin, questo bagno ha una particolarità: è l’unico stabilimento in Italia in cui uomini e donne fanno il bagno e prendono il sole separati…da un muro. In acqua, però, c’è solo un cordolo a separarci, quindi chi vuole darsi un bacetto frettoloso e di nascosto può farlo ❤️
Nelle due ore di relax che mi sono concessa per staccare dal caldo cittadino, c’era una donna che ha fatto il bagno vestita, altre che vivevano il mare in assoluta naturalezza. Non vi dico come ho fatto io il bagno, non avevo previsto questa pausa e non ho portato con me il costume da bagno! 🙂
Insomma, assoluta anarchia per tutte, come è giusto.
L’ingresso costa 1 euro per tutta la giornata e all’interno troverete docce, bagni e bar. Gli animali non sono ammessi.

lanterna pedicin logo

Teatro Romano

Splendido, come tutti i teatri romani, in pieno centro, un po’ buttato lì. Pare che all’epoca della costruzione nel sito ci arrivasse il mare. E che sia stato piano piano sepolto dalle costruzioni intorno, per essere poi riscoperto nel 1938. Anche oggi, secondo me non è valorizzato abbastanza, solo gli amanti della storia romana si fermeranno a guardarlo ammirati. Peccato, l’ennesima bellezza seminascosta dall’incuria dei tempi moderni. Pensate come doveva essere scenografico in tempi antichi, con il mare ai suoi piedi.

Cattedrale di San Giusto

Sorge sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città e solo per questo vale una visita, soprattutto se arrivate a piedi dalle scalette. Se avete abbastanza tempo, anche l’interno merita una visita. Altrimenti, giratele intorno e scoprirete una parchetto con resti romani, dove passare una mezz’ora di pace e tranquillità, e il castello di San Giusto. E’ un’area dove rilassarsi dalle fatiche della giornata. 

Castello di San Giusto

E’ una fortezza-museo dove sicuramente vale la pena di entrare, anche perché è considerato uno dei simboli della città. Io, purtroppo, sono arrivata all’ora di chiusura, anticipata per un concerto serale. C’era la cantante Alice quella sera e mi sono fermata a sentire le prove. Come me, anche tutte le persone che si stavano rilassando nel parco adiacente (vedi sopra).

Risiera di San Sabba

Volevo visitare la risiera di San Sabba da quando ho letto il romanzo di Kirk Douglas, Danza con il diavolo, che in parte è ambientato proprio qui. Come dice il nome, la risiera nacque tra fine Ottocento e inizio Novecento come stabilimento industriale per la lavorazione del riso. Cessata la produzione, a partire dal 1930 fu utilizzato dall’esercito come magazzino, fino a diventare una caserma nel 1940. In seguito all’occupazione del territorio da parte delle forze tedesche, l’ex opificio fu utilizzato come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e successivamente trasformato in campo di detenzione. Dopo la liberazione e fino ai primi anni Sessanta, divenne poi campo di raccolta per profughi in fuga durante la “cortina di ferro”. Oggi, è un memoriale come quelli dei campi che si trovano in Germania. Inutile dire che la visita è dovuta, triste e anche commovente, per alcuni reperti, lettere soprattutto, che sono state raccolte ed esposte. Fa meno impressione, forse, perché conserva la struttura di uno stabilimento industriale abbandonato, nonché il nome di quella fabbrica. Ma le anime di chi qui ha lasciato la vita, si respirano lo stesso. Ci sono arrivata con una lunga passeggiata dal centro città fino in periferia, tornando poi indietro con un autobus. Se avete abbastanza tempo, vi consiglio di fare lo stesso, la distanza non è eccessiva e vedrete una Trieste diversa. Come vi consiglio di non perdere questa visita. 

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Canal Grande

Mentre camminate per fatti vostri nel centro città, finirete per imbattervi nel Canal Grande di Trieste, e improvvisamente sarà Venezia. E’ stato infatti realizzato da un veneziano a metà del 1700 perché le navi in arrivo potessero scaricare le merci in centro città,  è navigabile e si trova nel cuore del Borgo Teresiano. Per chi ama la fotografia e la letteratura, è una tappa imprescindile. E’ circondato di Palazzi, uno più bello dell’altro, ed è attraversato da due ponti pedonali, Rosso e Verde, e una passerella. Sul Ponte Rosso mi aspetta una vecchia conoscenza, vado a presentarmi.

Ponte Rosso e la statua di James Joyce

Proprio lui, il mio amato James Joyce. Sì, lo so, la cara Virginia Woolf non sarebbe d’accordo, ma che posso farci? Gente di Dublino ancora oggi è uno dei miei libri preferiti, prima o poi dovrò rileggerlo e parlarvene. Tornando alla statua di Joyce: si presta a mille foto curiose. L’avrei preferita rivolta verso il mare, ma chissà: Joyce lo guardava il mare quando passava di lì? Nel Museo di Joyce non ne parlano.

Museo Joyce

Il museo che Trieste ha dedicato a Joyce si trova a due passi dal b&b che ho scelto per soggiornare, quindi non potevo non farci una capatina. Nato nel 2004 grazie a una donazione privata, sancisce il lungo rapporto che lega lo scrittore irlandese alla città e si trova al secondo piano della Biblioteca Civica Hortis. All’interno, c’è anche il museo sveviano dedicato a Italo Svevo, proprio a sottolineare il rapporto profondo tra i due.  Il museo raccoglie e conserva materiali e documenti originali sul periodo trascorso da Joyce a Trieste, contiene una biblioteca con le edizioni delle sue opere, strumenti critici in varie lingue e una collezione completa delle maggiori riviste di argomento joyciano in lingua inglese. Considerato anche il costo esiguo, se siete joiciani come me, non potete non rendere omaggio con una visita. 

Cosa mangiare

A Trieste si mangia non beve, benissimo, e c’è un’usanza divertente. Vai in un’osteria tipica e lasci fare all’oste. Io ne ho scelto uno che  mi ha suggerito il proprietario del b&b in cui ho alloggiato. E’ antipatico, però cucina bene. E allora, nessun problema. Alla fine non era neanche antipatico, solo umorale. Da lui ho assaggiato per la prima volta in vita mia i sardoni in Savòr , cioè alici con le cipolle, marinate nell’aceto bianco. A casa, invece, mi sono riportata il Presnitz,  un arrotolato di pasta sfoglia ripieno di un trito di frutta secca, cacao e rum, e la Putizza, un lievitato tipico pasquale che però si trova nelle pasticcerie tutto l’anno. A Trieste ha anche aperto una sede dell’Hotel Sacher di Vienna e io non potevo non assaggiare il famoso dolce austriaco dai detentori (?) della ricetta originale. Sono uscita pienamente soddisfatta. Non parliamo poi dei caffè letterari, una vera benedizione per ogni lettore e scrittore che si rispetti. Ma ve li immaginate mentre stazionano in questi ritrovi per intellettuali e discutono, pensano, scambiano informazioni e pareri, per poi tornare a casa nella solitudine della propria carta e penna? Io sì, come se fossero qui, ora, al mio fianco.

Dove alloggiare

Ho soggiornato nella centrale ma non troppo via di San Michele, e ve la consiglio perché mi sono trovata molto bene. La via è abbastanza trafficata, ma il quartiere è tranquillo e vicinissimo a tutti i punti storici e ai servizi.  Il b&b che ho scelto è vecchio stampo, con una cucina in comune e la colazione preparata dal proprietario, con la possibilità di chiacchierare al tavolo con gli altri ospiti. Attenzione solo alla scelta dell’alloggio, perché le case sono antiche e molte non hanno l’ascensore, quindi non accessibili a chi ha problemi di deambulazione o un’età avanzata. Chiedete prima di prenotare.

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Lisa See, Jeju e le madri di vento e di sale

Se volete sapere tutto, ma proprio tutto, sulle haenyeo coreane, questo romanzo di Lisa See fa per voi. Se, al contrario, volete solo leggere una storia di amicizia e sorellanza, un po’ meno. Venite che vi racconto.

Trama

Le giovani Mi-Ja e Young-Sook sono nate e cresciute sull’isola di Jeju, in Corea, e fin dal loro incontro sono state inseparabili. È il 1938 e sull’isola incombe la minaccia della guerra sino-giapponese. La madre di Young-Sook è la guida delle haenyeo, le pescatrici del villaggio, che per giornate intere si tuffano in acqua e riemergono con il frutto della loro pesca in apnea, unico sostegno delle loro famiglie. Perché a Jeju sono le donne a lavorare, mentre gli uomini si occupano della casa e dei bambini più piccoli. Mi-Ja è la figlia di un collaborazionista giapponese e sarà sempre associata all’imperdonabile scelta del padre. Quando le ragazze cominciano la loro formazione come haenyeo, sanno che stanno per iniziare una vita ricca di responsabilità, di onori, ma anche di pericoli. Quello che non sanno è che il futuro ha in serbo per loro qualcosa di diverso da ciò che sognavano e che non basteranno le centinaia di immersioni fianco a fianco a tenerle unite. L’irruzione della Storia nella tranquilla Jeju, che rimarrà intrappolata per decenni nello scontro tra le due grandi potenze, accrescerà le differenze e plasmerà le vite delle due donne, che affronteranno ogni avversità senza mai arrendersi.

L’amica geniale

Tra le due protagoniste, Mi-Ja e Young-Sook, la voce narrante, c’è un legame che si piegherà ma non si spezzerà ai colpi della vita. Sembra un po’ di rivedere la storia di Elena Greco e Lila Cerullo de L’amica geniale. Un po’ tanto, in effetti. Forse troppo. Lisa See sarà per caso una fan di Elena Ferrante? La storia delle due amiche, la loro sorellanza, viene ben presto fagocitata dai fatti reali che accompagnano tutta la narrazione. E che, per quanto mi riguarda, sono l’elemento più interessante e il motivo per leggere questo romanzo-saggio. 

Il romanzo-saggio

Questa modalità di narrazione va ora di moda. Il saggio romanzato ha lasciato posto a una storia romanzata poco approfondita, a tutto vantaggio dei particolari storici che non fanno più da contorno o ambientazione, ma prendono il sopravvento e il largo, visto che in questo caso parliamo di mare.  Lisa See descrive i fatti storici realmente accaduti a Jeju dal 1938 ai giorni nostri, come l’occupazione giapponese della seconda guerra mondiale, la guerra tra Cina e Giappone e la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in maniera minuziosa.Così, spiega molto dell’attuale assetto di quest’isola, nonché le ricadute nefaste che hanno avuto su popoli incolpevoli, che avevano come loro unico obiettivo lavorare e sfamare la famiglia. Il clima di terrore e sospetto innescato dagli occupanti, qualunque fosse la loro nazionalità, ha portato prima miseria e poi morte.

Il 3 aprile 1948

Non dobbiamo pensare che siano fatti confinati nel passato. La fossa comune di quello conosciuto come “Incidente del 3 aprile 1948“, che poi andrebbe chiamato col suo nome, cioè massacro, è stata scoperta solo nel 2008, meno di vent’anni fa. E se penso che i corpi sono seppelliti a pochi metri dalla pista dell’aeroporto in cui anch’io sono atterrata sull’isola di Jeju, mi vengono i brividi. Questa è una parte di storia recente che per noi occidentali è sconosciuta o quasi. Lisa Lee è preparatissima, ha condotto studi minuziosi, si è fatta raccontare le storie di famiglia dagli abitanti e quelle documentate dai professionisti. Ha svolto un lavoro eccellente, a mio parere, molto approfondito, crudo, realistico.
Società matrifocale 
Come super interessante è la storia delle haenyeo e dell’organizzazione sociale matrifocale che fa di quest’isola quasi un unicum. A Jeju gli uomini sono casalinghi, cuochi e babysitter…vi dice niente? Le donne, invece, sono capofamiglia e procacciano cibo e sostentamento per tutti. Nonostante sia riuscite a vederle in azione coi miei occhi e abbia visitato il museo a loro dedicato, penso di aver appreso almeno il 90% di quello che ha raccontato Lisa See su di loro. 
Cadi otto volte, rialzati nove. Per me, questo detto non riguarda tanto i morti che preparano la strada alle generazioni future quanto le donne di Jeju. Soffriamo di continuo ma, a ogni nuova sofferenza, ci rimettiamo in piedi e continuiamo a vivere“. 
A terra, sarai una madre. In mare, le tue lacrime si aggiungeranno agli oceani di lacrime salate che spazzano il pianeta con le loro onde. Di questo sono sicura: se ti impegni a vivere, allora puoi vivere bene“. 
“Ogni donna che entra in mare porta una bara sulla schiena. In questo mondo, il mondo degli abissi, trasportiamo i fardelli di una vita dura”. 

Storia seppellita dai particolari

Sulla parte più strettamente romanzata, invece, Lisa See non è così efficace. Il finale è convincente, le figure di Mi-Ja e Young-Sook anche, due bambine prima, e due adulte poi, che si completano. Io ero come le rocce della nostra isola: frastagliata, ruvida, tutta spigoli ma desiderosa di aiutare e molto concreta. Lei (Mi-Ja) era come le nuvole: in continuo movimento, in continuo cambiamento, impossibile da afferrare o da comprendere appieno. Ma la loro storia finisce per essere seppellita dai particolari più insignificanti. Lisa See sa molto e vuole farlo vedere. Quello che, però, è un pregio per un racconto di storia, non sempre lo è per un racconto di fantasia. Allora non sarebbe stato meglio scrivere direttamente un sagggio?
“L’ho deluso…Non tengo la casa in ordine come faceva sua madre”.
“Non difenderlo e non giustificare le sue azioni come se le compiesse per colpa tua”. 
“Ma forse è davvero colpa mia”.
“Nessuna moglie chiede di essere picchiata”. 
“Secondo te che sapore ha il pane?” chiese Wan-soon un pomeriggio. 
“E il latte di capra?”, mi chiese Min-lee. “L’hai bevuto quando eri all’estero?”
“No, ma una volta ho assaggiato il gelato”. 
“Vuoi diventare una scienziata o una ciclista?” chiesi.
“Voglio fare entrambe le cose. Voglio…”
“Tu vuoi?”dissi, interrompendola. Tutti vogliamo. Ti lamenti quando per il pranzo a scuola ti do una patata dolce, ma io ho vissuto anni interi con una sola patata dolce come unico pasto della giornata”. 
“Puoi fare tutto per tua figlia. Puoi incoraggiarla a leggere e a fare i compiti di matematica. Puoi proibirle di andare in bicicletta, di sghignazzare troppo o di vedere un ragazzo. A volte, tutto quello che fai è inutile e senza senso come gridare al vento”. 
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Hwang Sŏk-yŏng e L’infinito mare dei vent’anni

Hwang Sŏk-yŏng spara a zero sulla scuola, autoritaria e repressiva, dove lo studente non può formare una sua personalità. Chissà che oggi qualche studente l’avrà pensato, mentre era impegnato nella prima prova degli esami di maturità. Eppure, anche i tempi di scuola diventano un dolce ricordo, quando l’alternativa è essere spediti al fronte e ritrovarsi in un bagno di sangue. Questa è la prima lettura veramente convincente del 2023. Venite che vi racconto.

Trama

Nella Corea del Sud degli anni Sessanta, Chun, in procinto di partire per il Vietnam a combattere una guerra che non lo riguarda, ripensa alla giovinezza a cui sta per dire addio. Attraverso una serie di flashback incrociati, dove la voce di Chun si alterna a quella dei suoi amici più stretti, ripercorriamo il suo abbandono della scuola, il viaggio iniziatico per il Paese in compagnia di Inho, le aspirazioni letterarie, le prime esperienze amorose, l’arresto in seguito a una protesta studentesca e l’incontro con il “Capitano” che gli farà da guida nel mondo del proletariato. Attingendo a piene mani dalla propria esperienza autobiografica, Hwang Sŏk-yŏng esprime il disagio e l’insofferenza di una generazione inquieta e smarrita. 

La dolcezza del ricordo

Fin dal titolo, è chiara l’atmosfera in cui Hwang Sŏk-yŏng immerge il lettore: la nostalgia, il ricordo, la tenerezza per quella stagione tormentata, eppure felice, che è la giovinezza. Il romanzo è fortemente autobiografico, questo si percepisce immediatamente. Direi che lo scrittore potrebbe essere Chun, o anche essere sparso in mezzo a questa sorta di setta dei poeti estinti coreana. In realtà, sono tutti diversi, scrivono, disegnano, tirano linee. Qualcuno vuole studiare, qualcuno dichiara guerra all’istituzione scolastica. Ma tutti vivono la letteratura, quella poca che riescono a racimolare tra libri proibiti ed edizioni economiche con traduzioni alla buona, come un mezzo per distinguersi dalla massa, per capire il mondo, per trovare altre anime tormentate con cui trovare delle affinità elettive. C’è un passaggio che ho trovato molto significativo, quando i ragazzi si confrontano con la dolce vita italiana e le sue canzoni. “Sono figlie dell’espresso e della siesta, che ne sanno loro della nostra disperazione?

La nostra disperazione

E come potrebbero non essere disperati? Stretti tra una guerra mondiale, manifestazioni violente in cui vedono morire un amico, il ribaltamento dei ruoli sociali, che ha lasciato alcune delle loro famiglie senza niente, l’assenza di prospettive se non ti conformi a un percorso già delineato da qualcun altro. Con grande lucidità, questo gruppetto si confronta, si rafforza, si aiuta a crescere, si sforza di trovare una propria voce. E alla fine qualcuno ce la farà, qualcuno no, come sempre succede.  “Io non so chi sono”. E’ Hwang Sŏk-yŏng/Chun il più follemente lucido, quello che trascina gli amici in montagna, per ritrovarsi. Ma che poi iniziano a fare su e giù, perché sì è vero, Seoul li opprime, ma li attira anche con la forza dell’appartenenza. Ed ecco che allora deve iniziare un viaggio, un viaggio vero.

Il viaggio

E’ la parte che mi è piaciuta di più. Non tanto e non solo per gli appunti che ho preso sui posti che voglio vedere quando tornerò in Corea, ma per la metafora della scoperta di se stessi che questo viaggio regalerà loro. Accompagnati dagli adulti. Chi più chi meno, gli adulti hanno contribuito alla loro formazione, pure quando vanno in giro con un bastone con inciso “amore materno”. Non c’è odio, non c’è rabbia nelle parole di Hwang Sŏk-yŏng. C’è la consapevolezza che ognuno di loro ha fatto parte del suo percorso di vita. Che gli insegnanti possono essere come Cicogna, o possono essere carogne, ma che anche le carogne possono comportarsi seriamente, per una volta. Nel viaggio, ci sono anche dei momenti umoristici, una masturbazione epica, tutti i trucchetti per non pagare i mezzi di trasporto, un contadino furbo. Genitori che li lasciano fare. La libertà, vera, sia per i ragazzi sia per le ragazze. Molto più liberi di come sono adesso i loro coetanei, anche se sembra il contrario. Il ritratto di un’epoca, una parvenza di serenità prima che si abbatta la tragedia sulle loro teste.

Il Vietnam

La guerra, i disordini e i colpi di Stato rimangono sullo sfondo. Loro cambiano, ma il gruppetto si riunisce quando conta. “Non far fuori troppi nemici”. E’ una frase meravigliosa, in questi tempi di guerre sante e giuste, questi ragazzi ci ricordano che chi va al fronte non sa perché e non vorrebbe andarci. La guerra è un treno che entra in una galleria buia. E poi arrivò l’inverno, e fu allora che venne deliberata la mia partenza per il Vietnam. Deliberata. Fin dall’incipit, sappiamo che Chun prende le distanze da decisioni che accetta senza capirle. E che non si aspetta di tornare.

L’amore

E poi l’amore, la scoperta dei propri desideri e di quelli dell’altro. L’incertezza, l’imbarazzo. Non crederci abbastanza, o crederci troppo. Ma qui non ci sono grandi amori, passioni esasperate. C’è grande concretezza, la necessità di sopravvivere, a qualunque costo. “Forse non ci credevamo abbastanza“. Non è sempre così che si perde l’amore? 내게 사춘기가 그런것 같았어.감기약 먹고 자다 깨다 그런 나날 Mi è sembrata, la pubertà, uno di quei giorni in cui ti svegli dopo aver preso medicine per il raffreddore.

Potrei parlarvi per ore di questo libro, si è capito? Ma mi fermo qui, posso solo consigliarvi di leggerlo. E che il Literature Translation Institute of Korea (LTI Korea) contribuisca alla traduzione di altri testi come questo.

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Quando le montagne cantano, di Nguyễn Phan Quế Mai

Quando le montagne cantano, di Nguyễn Phan Quế Mai è uno dei romanzi più acclamati degli ultimi tempi. Mi sono, quindi, lanciata con fiducia, ma non è andata esattamente secondo le aspettative. Ora vi racconto.

Trama

Un paese in guerra. Una famiglia divisa. Dal loro rifugio sulle montagne, la piccola Huong e sua nonna Dieu Lan sentono il rombo dei bombardieri americani e scorgono il bagliore degli incendi che stanno devastando Hanoi. Fino a quel momento, per Huong la guerra è stata l’ombra che ha risucchiato i suoi genitori, e adesso quell’ombra sta avvolgendo anche lei e la nonna. Tornate in città, scoprono che la loro casa è completamente distrutta, eppure non si scoraggiano e decidono di ricostruirla, mattone dopo mattone. E, per infondere fiducia nella nipote, Dieu Lan inizia a raccontarle la storia della sua vita: degli anni nella tenuta di famiglia sotto l’occupazione francese e durante le invasioni giapponesi; di come tutto fosse cambiato con l’avvento dei comunisti; della sua fuga disperata verso Hanoi senza cibo né denaro e della scelta di abbandonare i suoi cinque figli lungo il cammino, nella speranza che, prima o poi, si sarebbero ritrovati. Quando la nuova casa è pronta, la guerra è ormai conclusa. La saga di una famiglia che si dipana lungo tutto il Novecento, in un Paese diviso e segnato da carestie, guerre e rivoluzioni. 

Interessante, sulla carta

Sulla carta, la trama era interessante. Tre generazioni di donne, un Paese, il Vietnam,  devastato e diviso dalla guerra, la lotta per la sopravvivenza e un’allodola che, nonostante tutto, quando canta sembra che cantino anche le montagne. Poetico, ispiratore. Peccato che nel romanzo non vi sia traccia di tutto questo. O meglio, c’è una sorta di reportage storico, didascalico, dove succede questo, e poi quest’altro, e poi oh! che fortuna, e poi oh! perché proprio a noi. E via così, in una sorta di telenovela che va avanti pagina dopo pagina senza cambiare tono o prospettiva. Scorrevole, questo sì. E’ un romanzo che si finisce in qualche giorno senza grande difficoltà. Ma cosa resta?

Il timore di affondare il coltello

Per quanto mi riguarda, resta la perplessità sul perché sia stato tanto acclamato. Per le disgrazie che si susseguono? Ma quelle già Vivere! ce le aveva raccontate con ben altro spessore. Per l’ambientazione “esotica”? Forse, questo è già più convincente. Per una bella copertina, dico io. Quella sì, l’ho apprezzata. Per il resto, la storia raccontata mi ha lasciato poco. E’ stata, come posso dire, la mancanza di tono adeguato a suscitare perplessità. La scrittrice appare lontana anni luce da quello che racconta, sembra quasi che abbia avuto timore di affondare il coltello nella carne. Ma questa è una vicenda umana dove il coltello è stato affondato e rigirato nella piaga più e più volte. Com’è possibile non sentirlo? Eppure, non l’ho sentito, non mi è arrivato quel dramma che ci sarebbe dovuto essere. Va bene la pacificazione, va bene porgere l’altra guancia, va bene l’amore, va tutto bene…ma fino a un certo punto. La guerra lascia morte, distruzione, povertà, famiglie decimate e separate. E questo orrore, se, come dice nelle interviste, era il suo obiettivo, va raccontato affondando le mani nella terra. “Oh, Guava, un tempo pensavo che il nostro destino fosse nelle nostre mani, ma ho imparato che, quando c’è una guerra, le persone sono solo foglie che cadono a migliaia, a milioni, a causa dell’imperversare della tempesta”.

Le nostre storie sopravvivono

Spero che non mi troviate troppo tranchant nel giudizio. Questo è il primo libro di Nguyễn Phan Quế Mai, che non vive in Vietnam. Penso e spero che i prossimi lavori saranno più emozionanti, anche sulla scia del successo che le è piovuto dal cielo. Resta in me, almeno per ora, solo un’infarinatura di una storia che conoscevo già in parte e che vorrei approfondire. Se avete suggerimenti, sappiate che sono ben accetti.  “Comprendi perché ho deciso di raccontarti della nostra famiglia? Se le nostre storie sopravvivono, noi non moriremo, neanche quando i nostri corpi non saranno più su questa Terra”.

Voi che mi dite? Quando le montagne cantano vi è piaciuto? 

p.s. secondo me nel finale c’è una svista, o un errore di traduzione, non so. Non ne posso parlare per non fare spoiler, ma sono passati troppi anni perché Guava possa parlare in quel modo. Quando lo leggerete, fateci caso. E ditemi che ne pensate.

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