Il portiere di notte – Liliana Cavani

Mi ritrovo tra le mani la sceneggiatura di un film del 1974, Il portiere di notte di Liliana Cavani, e inizio a leggere anche se non ho visto il film. La trama è intrigante e ho parlato poco tempo fa di  un classico che rappresenta per me una pietra miliare sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Allora vado avanti con la lettura. Che mi lascia un po’ d’amaro in bocca, per il tema trattato certamente, ma anche per alcune “assenze ingiustificate”.

Trama

Nel 1957 s’incontrano per caso a Vienna Lucia, un’ebrea sopravvissuta al campo di concentramento, e il suo aguzzino Maximilian, che lavora sotto falso nome come portiere di notte in un albergo. Il loro incontro li fa precipitare di nuovo in una relazione sadomasochista, con la variante che l’ex vittima è a conoscenza del passato del suo aguzzino e può fuggire oppure denunciarlo. Molti degli ospiti dell’albergo sono criminali di guerra, che tengono riunioni segrete nell’hotel per sviluppare strategie tese a far sparire prove che li colleghino ai loro crimini di guerra. Max prepara con loro la sua difesa in vista di un ipotetico imminente processo. In questo microambiente, dove si alimenta la nostalgia per il Führer, l’arrivo di Lucia, testimone vivente delle atrocità commesse, può costituire un grande problema. Soprattutto perché l’attrazione incontrollabile che lega Max e Lucia li spingerà a sfidare il proprio destino. 

Si può amare il proprio carnefice?

Il tema centrale della sceneggiatura è certamente il rapporto tra vittima e carnefice, un connubio di cui tutti abbiamo paura e che la mente rifugge istintivamente. Perché di solito la vittima è vittima, quindi il soggetto debole, e il carnefice è carnefice, quindi il sopraffattore. Cosa succede se, invece, i due ruoli si mescolano? Se è la vittima a cercare il carnefice e se il carnefice difende la vittima da altri carnefici? La regista dice che l’ispirazione per il film le è venuta quando studiava storia all’università, perché parlando con alcuni sopravvissuti allo sterminio si era resa conto che il bianco e nero che tutti immaginiamo a volte semplicemente non esiste. I personaggi di questo film lo dimostrano. L’ambiguità di fondo è insita in tutti loro, anche in Lucia, che teoricamente avrebbe dovuto fuggire dall’albergo appena arrivata. Invece, non solo non scappa, ma capiamo subito che al marito non ha raccontato niente. Vive una doppia vita, illudendosi che il passato sia passato.

Quale giustizia?

In una recente intervista, però Liliana Cavani afferma che ne Il portiere di notte, la vittima riesce in qualche modo a farsi giustizia. Ecco, se ne avessi l’occasione vorrei chiederle: “in quale modo?”. Io non vedo giustizia, al contrario. Vedo una ragazza che probabilmente è riuscita a sopravvivere all’orrore dissociandosi mentalmente. Ma è giusta la mia interpretazione? Capisco che dovrei vedere il film, perché dalla lettura della sola sceneggiatura non sono riuscita a capire niente di quello che pensa Lucia, e molto poco su Max. Sono più lineari gli altri, i nazisti. I protagonisti, invece? Lucia non parla, non si esprime, agisce irrazionalmente, si auto flagella. Perché? Anche per Max posso dire la stessa cosa. Cosa sente? Amore? Istinto di protezione? Voglia di riscatto? Oppure, più semplicemente, è vittima anche lui di un rapporto morboso? Ai cinefili la risposta.

Curiosità

Sempre nella stessa intervista, Liliana Cavani parla della censura con cui si è scontrato il film quando uscì nelle sale.

Allepoca mi sono rivolta ai censori per chiedere come mai l’avessero vietato ai minori di 18 anni invece che di 14. Mi hanno risposto: perché c’è una scena di sesso in cui la donna sta sopra all’uomo. Sono rimasta a bocca aperta e ho commentato solo: ‘Capita!'” Ci volevano le cinquanta sfumature per farlo capire ai censori! 

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Le piace Brahms? – Françoise Sagan

Ho finito oggi di leggere Françoise Sagan. Non credo che San Valentino sia il giorno più indicato per finire un romanzo come questo. O forse sì. Forse è proprio la festa degli innamorati il momento giusto per riflettere sull’amore. O meglio, per comprendere la differenza tra l’amore e la più stupida pazienza, come direbbe Anna Oxa. Paule è l’emblema della ragnatela in cui tante, troppe, donne ancora oggi restano intrappolate. Senza sapere come uscirne. Anzi, il che è peggio, senza volerne uscire.

Trama

Paule è una donna di 39 anni, arredatrice divorziata, legata a un coetaneo e profondamente insoddisfatta della propria vita sentimentale. Un giorno conosce Simon, il figlio di una cliente. E’ giovane, viziato e s’innamora di lei.  Pur opponendo resistenza, Paule decide di mettersi ancora in gioco. La scelta tra i due è molto sofferta: il giovane Simon la riempie di attenzioni, si dimostra una persona più matura della sua età, la invita a concerti e le scrive biglietti; ma la sicurezza – e la noia – garantita dal legame con il compagno resta sempre un richiamo molto forte…

In questo triangolo  grande assente è l’amore

Il romanzo è del 1959. Allora Françoise Sagan era considerata dai francesi una donna anticonformista, che manifestava nella sua condotta di vita e nei suoi scritti un nuovo modo di interpretare la femminilità. Paule, infatti, è una donna che anche oggi definiremmo moderna: vive sola, è una professionista con un lavoro autonomo, ha alle spalle un matrimonio a cui ha detto basta, intrattiene una relazione basata sulla libertà di vedere altre persone. Peccato che questa libertà sia vissuta dal suo uomo a senso unico: “gli uomini sono incoscienti”, pensava Paule senza amarezza. “Ho tanta fiducia in te, tanta fiducia che posso tradirti, lasciarti sola, ed è impossibile che succeda il contrario. E’ sublime”. Paule è una donna amareggiata, che si sente sola e che percepisce perfettamente la differenza tra amare e restare insieme per noia, abitudine, pavidità, o semplice rassegnazione. Eppure, nonostante la sua fredda e lucida analisi, Roger è il suo punto debole, il tallone d’Achille. Perché fare a meno di lui sembra impossibile. Paule è convinta che la sua non sia semplice rassegnazione, no, il suo è sadismo verso se stessa, verso ciò che erano stati insieme. “Come se uno dei due, lui o lei, avessero dovuto alzarsi bruscamente e dire ‘basta così.’ E aspettava questo riflesso da se stessa, quasi altrettanto ansiosamente che da Roger. Ma invano. Qualcosa, forse, era morto. A morire sono stati amore e speranza.

Ed ecco che improvvisamente arriva Simon.

Un ragazzo, così giovane da non sapere ancora cosa fare della sua vita. Affogato nonostante la sua giovane età nella noia, Simon trova in Paule un’ancora di salvezza. Simon è bello, molto bello, e per la prima volta Roger comincia a perdere la sua sicurezza nei confronti di Paule, perché nonostante la differenza di età il ragazzo è deciso a conquistare la donna. Paule, dal canto suo, trova in Simon quel senso di accudimento che le mancava, quella necessità di tornare a casa, infilarsi a letto e trovare qualcuno che ha bisogno del suo calore, un bambino o un uomo. Tutte cose che Roger lo sa, “lui non poteva darle, che non aveva mai potuto dare a nessuno”. Purtroppo, però, in questo triangolo grande assente è l’amore, il sentimento che muove il mondo e che spinge ad affrontare ostacoli impensati. Per questo, i nostri personaggi non fanno che ricadere afflosciati su se stessi, vittime del loro stesso male di vivere.

Paule rinnega se stessa 

“Paule si studiava il viso nello specchio e passava in rassegna, uno per uno, i difetti che si erano accumulati in trentanove anni, non con quell’apprensione e quell’acrimonia che una donna ha di solito in questi casi, ma in maniera tranquilla, sì e no interessata. Come se la pelle tiepida, che a volte tirava con due dita per sottolineare una ruga, per dar risalto a un’ombra, fosse quella di un’altra persona, di un’altra Paule intensamente preoccupata della propria bellezza, e che stesse passando con difficoltà dallo stato di donna giovane a quello di donna ancora giovane: una Paule che lei faceva fatica a riconoscere. Si era messa davanti allo specchio per ammazzare il tempo e — l’idea la fece sorridere — scopriva che era il tempo ad ammazzare lei, pian piano, devastando un viso che pure era stato amato.”

Già dall’incipit, Françoise Sagan mette in mostra tutta la raffinatezza e l’abilità della sua penna, che pennella una “Parigi lucida di pioggia autunnale”. L’atmosfera malinconica e grigia di cui è ammantato il romanzo, mi ha ricordato Gente di Dublino di James Joyce e Paule somiglia straordinariamente a Eveline. Un’altra età e un’altra condizione sociale, certo, però con lo stesso immobilismo, la stessa incapacità di tirarsi fuori dal pantano. Paule è una donna insoddisfatta, sola, inquieta. Eppure, è già rassegnata, come se invece di avere 39 anni fosse nel tramonto della vita. E quel riferimento iniziale a un viso devastato, che sicuramente non lo è se piace a un venticinquenne, ci fa capire subito quanto Paule svaluti se stessa. Pur apparendo come una donna brillante. Ecco, è forse questa la cifra con cui leggere il romanzo: la differenza tra apparire ed essere, tra volere e ottenere. Paule rinnega se stessa e le sue passioni, annulla la sua volontà in nome di chi? Di cosa? Di un amore che non è amore, di un uomo che non è un uomo, di una vita che è una non vita.

Le piace Brahms?

La chiave per comprendere fino in fondo la nebbia che avvolge Paule è in questa semplice domanda che Simon le scrive su un biglietto. Lei ama la musica, eppure ci deve pensare: Brahms le piace oppure no? E’ talmente disabituata a coltivare le sue passioni e ad ascoltare le sue esigenze che non si ricorda neanche più cosa le piace e cosa no. Quante donne simili a Paule conoscete? Io diverse e tutte accampano scuse, la famiglia, il tempo, il lavoro, gli anni che passano, per non ammettere che hanno solo bisogno di fermarsi e di riappropriarsi della propria vita. Il romanzo di Françoise Sagan diretto come un pugno e inesorabile come il tempo che abbiamo a disposizione. Da leggere.

p.s. Da questo libro di Françoise Sagan è stato tratto nel 1961 l’omonimo film diretto da Anatole Litvak con Ingrid Bergman, Ives Montand e Anthony Perkins.

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Venere invidiosa – Shannon Hollis

Venere invidiosa di Shannon Hollis, altra lettura vintage pescata dallo scatolone che mi hanno regalato. Invidia. Il sesto peccato. Il più nascosto dei vizi. Nessuno confessa mai di essere invidioso, tutti lo sono. Magari del loro lato più disinibito e sexy. La presentazione del tema di fondo mi ha subito intrigato, così come il titolo di questa uscita nella collana Harmony Temptation.

Trama

Linn Nichols ha un nuovo incarico. Per far cadere nella trappola un tizio non proprio perbene a cui sta dando la caccia deve imparare a parlare “sporco”. Il suo nuovo mezzo di lavoro sarà il telefono e il suo ruolo quello di dea del sesso, sfrenata e senza censure. Linn è preoccupata, cosa penseranno i colleghi? E il suo capo, Kellan Black? E poi lei non è mai stata aggressiva nell’intimità, non sa da che parte cominciare. Fino a quando alza la cornetta e inizia a parlare… Per Linn è una rivelazione. Il suo alter ego, Caroline, è proprio come lei vorrebbe essere nella realtà: sicura di sé, sfrontata, perversa. Nessuno riesce a resisterle. Neanche Kellan. E Linn diventa invidiosa.

Caroline/Linn: di chi è invaghito Kellan?

La trama era intrigante, però forse 188 pagine sono un po’ poche per svilupparla come mi sarebbe piaciuto. Alla fine non sappiamo quasi niente del passato di Kellan e Linn e anche Caroline, l’alter ego di Linn, avrebbe potuto essere più presente. Invece, l’ambivalenza di Linn-Caroline si risolve quasi subito, così come il rapporto delle due con il capo di Linn. Invece, sarebbe stato interessante rimanere più in dubbio sui comportamenti dell’uomo. Black è attratto da Caroline o da Linn? E Caroline è quello che Linn avrebbe sempre voluto essere, oppure solo un mezzo per ottenere quello che vuole nella missione di polizia che le hanno assegnato? Anche l’operazione di polizia ci avrebbe potuto tenere un po’ di più col fiato sospeso, invece ci sono dei dettagli che non mi hanno convinto fino in fondo e che non depongono molto a favore di presunti efferati criminali! Comunque vi dirò: è una lettura piacevole e ben costruita. Se nella traduzione non avessi trovato un vero e proprio orrore, e se l’attrazione a prima vista tra i due fosse stata meno caricata, sarei stata più che soddisfatta.

orrore

La Rimini che non ti aspetti

Mare organizzato, sole, spiagge, movida. Questa è Rimini d’estate e più o meno tutti la viviamo o l’abbiamo vissuta così. In altre stagioni, invece? Continua con tappa Romagna il mio viaggio nel mare d’inverno, che il pensiero non considera e che invece dovrebbe. Vediamo insieme perché.

Cosa fare a Rimini d’inverno

Piazza Cavour 

Purtroppo la mia è stata una sosta lampo di una giornata, però ho tentato di sfruttarla fino in fondo, complice anche un sole primaverile piacevolissimo. Sono uscita dalla stazione dei treni e mi sono diretta verso piazza Cavour. Nel medioevo era il centro della vita cittadina, ospitava tra l’altro il mercato, e ancora oggi offre un colpo d’occhio notevole. Su un lato della piazza si affacciano bar e negozi, sull’altro sono allineati il Palazzo dell’Arengo, il Palazzo del Podestà e il Teatro Galli. Al centro, spicca l’antica fontana pubblica “della Pigna”. Il teatro Galli è stato protagonista di una vicenda travagliata: distrutto durante la seconda guerra mondiale da un bombardamento, è stato inaugurato a ottobre dell’anno scorso. Nel tempo, è stato prima parzialmente demolito e poi è stata tentata diverse volte una ricostruzione, finalmente cominciata nel 2014.

Castel Sismondo

Alle spalle del teatro, si trova piazza Malatesta. Qui svetta Castel Sismondo, che prende il proprio nome dal suo ideatore e costruttore, Sigismondo Pandolfo Malatesta, a quell’epoca signore di Rimini e Fano. Oggi possiamo ammirare solo il nucleo centrale del castello, che era originariamente (1437) una residenza-fortezza difesa da un ulteriore giro di mura e da un fossato. Se avete tempo, su via Sigismondo, alla sinistra del Teatro Galli, potrete visitare la Chiesa di Sant’Agostino e gli affreschi della scuola riminese del ‘300.

Il Ponte di Tiberio

Avendo poco spazio, ho saltato la chiesa di Sant’Agostino per andare subito verso il Ponte di Tiberio. Non c’è niente da fare, sono come gli inglesi. Tra me e gli antichi romani c’è un feeling particolare. Il ponte è meraviglioso, uno dei più notevoli ponti romani superstiti. Rivestito in pietra d’Istria, a cinque arcate, in stile dorico, lungo 70 metri, è ancora oggi perfettamente funzionante. L’imponente ponte fu iniziato per decreto dell’Imperatore Augusto nel 14 d.C. e terminato nel 21 d.C. dal suo successore Tiberio. Come tutte le opere di questo geniale popolo, è ingegneristicamente all’avanguardia ed esteticamente armonico. Peccato solo che non sia esclusivamente pedonale, perché è la via che collega Borgo San Giuliano e Rimini.

Borgo di San Giuliano

Atttraversato il ponte, mi sono ritrovata nel vecchio quartiere dei pescatori riminesi, Borgo di San Giuliano. E’ il più antico dei borghi della città di Rimini: la sua storia si rintraccia già nel XI secolo, quando era un quartiere popolare fatto di vicoli e casette basse, abitato da gente di mare. Oggi è un luogo vivace e ricco di attività e locali caratteristici, un intrico di stradine e piazzette colorate e pittoresche. Anche Federico Fellini era tra i più grandi ammiratori del borgo,  in cui decorazioni e murales ritraggono alcune delle scene più belle dei film e della vita di Fellini.

Altri monumenti

Mi limito a citarli perché purtroppo, o per fortuna, ho terminato la mia giornata a Rimini con una sosta al porto senza fare nulla se non prendere il sole. In ogni caso, l’itinerario alla scoperta dei segni della romanità dal Ponte di Tiberio con la nuova piazza sull’acqua continua con l’Arco d’Augusto, il più antico tra gli archi romani ancora esistenti e fonte d’ispirazione per l’architettura rinascimentale, e il Tempio Malatestiano, capolavoro del Rinascimento italiano. Imperdibile, poi, una visita alla Domus del Chirurgo, il complesso archeologico che ha conquistato fama internazionale per l’eccezionale corredo chirurgico-farmaceutico, il più ricco mai giunto dall’antichità, in mostra nell’adiacente Museo della Città insieme a opere della scuola riminese del Trecento.

Gli eventi di Rimini 

Vi ho già detto del nuovo teatro Galli www.teatrogalli.it, cui si aggiungono la Sagra Musicale Malatestiana, la stagione di prosa, la mostra Giardini d’Autore…insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Cosa mangiare a Rimini 

Se dici Romagna la vera piada riminese, a cui si eventualmente se avete più giorni potete aggiungere escursioni in quella che un tempo era la Signoria dei Malatesta e dei Montefeltro tra rocche e castelli. Io mi sono fermata dalla Lella, ma sono sicura che in ogni locale di Rimini siano le più buone che uno possa mangiare. A parte quelle fatte da me, ovviamente. 🙂 🙂 🙂 Tornando alle cose serie, il cuore della movida riminese invernale è nel centro storico, e in particolare dietro la Vecchia Pescheria, con le sue cantinette, che per un aperitivo e uno spuntino è perfetta, o al Borgo San Giuliano con  i suoi locali e osterie.

Ulteriori suggerimenti 

Se siete più sfortunati di me e capitate a Rimini in un giorno di pioggia, potete rilassarvi con un bel tuffo alle terme, rigenerandovi nella spa e nella piscina termale con vasca biomarina e vista sul mare d’inverno. Oppure, potete optare per i parchi divertimento. Italia in miniatura, Fiabilandia, Oltremare e l’Acquario di Cattolica, però, non sono aperti tutto l’anno, quindi controllate prima sui rispettivi siti.

Come arrivare a Rimini

Partono dalla stazione di Bologna, Bari e Ravenna i treni regionali per arrivare a Rimini Centro, che si trova a pochi passi dal centro storico e dal mare.  La stazione di Rimini Fiera, invece, si trova sulla linea Milano – Bari, e permette ai visitatori, in coincidenza con le manifestazioni fieristiche, di arrivare direttamente davanti all’ingresso principale della Fiera.

www.riminiturismo.it

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Come parole nel vento – Diane Chamberlain

Con The Midwife’s Confession (La confessione dell’ostetrica), che nella versione italiana diventa Come parole nel vento, ho conosciuto Diane Chamberlain. Quest’autrice americana, con 25 romanzi all’attivo, esplora la psiche femminile costruendo storie in cui le donne sono assolute protagoniste. In Come parole nel vento, due amiche scopriranno che la terza non era proprio chi diceva di essere. O meglio, chi loro pensavano che fosse…

Trama

Ogni azione, ogni decisione, innesca reazioni a catena imprevedibili. Noelle, Emerson e Tara sono tre donne molto diverse, ma amiche inseparabili da più di vent’anni. Hanno condiviso gioie e dolori, sostenendosi a vicenda nei momenti bui. Credono di sapere tutto l’una dell’altra. Ma quando Noelle, eccentrica levatrice, si toglie la vita senza aver mai dato il minimo segno di disagio, Emerson e Tara si rendono conto che, dopotutto, non la conoscevano affatto. Questo gesto apparentemente inspiegabile, altro non è che il risultato di un errore lontano. E a mano a mano che cercano di mettere insieme i tasselli della vita dell’amica, emergono verità che sconvolgeranno la loro esistenza.

Cosa sappiamo davvero degli altri? 

Cosa sappiamo davvero degli altri? Niente. O meglio, quello che loro decidono di farci sapere. Soprattutto, una volta che i loro segreti vengono a galla, su quali aspetti siamo disposti a passare sopra? Riassumerei così il punto centrale del romanzo. Noelle e i suoi errori danno vita a una serie di cambiamenti nelle esistenze delle persone che ruotano intorno a lei. Ma chi è davvero Noelle? Un’ostetrica, un’amica e una zia premurosa? Oppure una codarda che pur di coprire una disgrazia sarebbe disposta a tutto? Un’eccentrica, libera, donna? O una persona in preda a sensi di colpa insopportabili, come il suo mal di schiena? Dopo il suo suicidio, tocca alle sue amiche di sempre Tara ed Emerson darsi una spiegazione. Una spiegazione che, purtroppo per loro, non tarderà ad arrivare. Saranno pronte a fronteggiare l’urto della verità e a rimanere unite? Insieme a loro, lottano per capire e capire se stesse le due figlie adolescenti, Jenny e Grace. Anche nelle loro vite irrompono grandi cambiamenti, che forse le costringeranno a crescere prima del previsto.

Colpi di scena

Il romanzo di Diane Chamberlain è ricco di colpi di scena e accelera il ritmo con il susseguirsi delle scoperte e delle reazioni di Emerson e Tara, ma anche di Jennie e Grace. Sarà proprio quest’ultima a scatenare degli eventi che avranno delle conseguenze impreviste. Un buon romanzo, in cui l’autrice maneggia con sapienza flashback, indizi, liti e riappacificazioni, il difficile rapporto con la maternità e le sue declinazioni, il complicato rapporto tra amiche di una vita. Il risultato, però, non è angosciante, anche grazie alla prevedibilità di alcuni risvolti, che chi legge non faticherà a cogliere prima dei protagonisti.  L’unica cosa che mi dispiace è la quasi totale mancanza delle figure maschili, che in questa complessa costruzione avrebbero potuto e dovuto, secondo me, avere un ruolo più incisivo. Come avrebbero dovuto essere esplorati di più alcune storie secondarie e parallele che rimangono, invece, nel limbo. Come mai? Forse perché i protagonisti non ci sono più, oppure perché l’autrice voleva lasciare i suoi personaggi ignari, per non turbarli più di quanto già non fossero. Certo è che il lettore chiude il libro conoscendo dei fatti che alle protagoniste restano taciuti e questo lascia un sapore di sale in bocca. Come parole al vento, appunto.