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Alessandra Carnevali e Uno strano caso per il commissario Calligaris

Alessandra Carnevali ha esordito con questo romanzo, con cui presenta Adalgisa Calligaris, una commissaria tutt’altro che docile. Dopo aver combattuto la criminalità organizzata, torna nella verde Umbria per riposarsi, ma si sa, alcune persone a riposo non possono proprio stare. E un tranquillo paesello si trasforma nel teatro di pluriomicidi. Venite che vi racconto.

Trama

Adalgisa Calligaris ne ha fatta di strada, dopo avere lasciato Rivorosso. Ha accumulato successi combattendo il crimine organizzato e ora ha deciso di concedersi un po’ di riposo. Quale posto migliore del suo paese natale? Al massimo dovrà acciuffare qualche ladruncolo. E lei, donna dura, brusca, per niente bella ma con un’intelligenza imbattibile, non ne è certo spaventata. E invece, a qualche ora dal suo insediamento, la tranquilla cittadina di provincia viene scossa dal rinvenimento di un cadavere. Il corpo è quello di Margot Cambiano, cittadina americana e ospite della Rosa e l’ortica, un centro per il benessere psicofisico nella campagna umbra, frequentato da una ricca clientela internazionale. È da lì che iniziano le indagini…

Adalgisa

Nel frattempo, siamo arrivati alla nona indagine di Adalgisa Calligaris, quindi il personaggio funziona. Come sempre nelle serie lunghe, il primo libro serve soprattutto a inquadrare il contesto e i protagonisti. In questo caso, siamo di fronte a una donna scorbutica, dura, con un’ironia tutta sua, che fa scoppiare a ridere anche i suoi malcapitati sottoposti. Certo, non è proprio fortunata, né nel lavoro, né in amore, ma non le mancano certo le doti giuste per tirarsi fuori dai guai.

Il giallo

Il giallo ideato da Alessandra Carnevali, invece, scorre tranquillo e il lettore può arrivare alla soluzione con gli elementi che vengono forniti qui e là. Ammetto che il finale mi ha un po’ spiazzato, avrei pensato a una Adalgisa Calligaris in forte crisi per un errore abbastanza grave, ma non succede niente di tutto questo. Hercule Poirot, che viene esplicitamente citato nel testo con il richiamo ad Assassinio sul Nilo di Agatha Christie, non avrebbe mai perso di vista i sospettati. Non dico di più, leggete e commentate sotto se siete d’accordo.

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Il diavolo veste Prada e tratta da schifo le assistenti

Oggi finisco Il diavolo veste Prada e che danno in televisione stasera? Il diavolo veste Prada. Ovviamente lo sto guardando e scrivo in diretta cosa penso del romanzo. Venite che vi racconto.

Trama

Vestiti di lusso, feste esclusive, cascate di flash e fiumi di champagne. Chi rifiuterebbe un lavoro nel mondo dorato delle riviste di moda? A ventitre anni, con una laurea in lettere in tasca e in testa il sogno di diventare scrittrice, Andrea Sachs si presenta a un colloquio per un posto da assistente nella redazione di “Runaway”. Nessuno osa dire di no a Miranda Priestley, la regina indiscussa del fashion system globale e Andrea non fa eccezione. Accantonati felpe, blue-jeans e ambizioni letterarie, si ritrova a completa disposizione della mitica, esigentissima Direttrice.

Altro che diavola, la direttrice 

Il romanzo sembra più che ispirato alla figura di Anna Wintour, storica direttrice di Vogue America, che ha da pochissimo lasciato l’incarico. La quale, infatti, pare abbia minacciato la produzione del film. Sono convinta che siano giunti a un accordo, perché in effetti il modo in cui viene rappresentata Miranda Priestley è proprio la grande differenza tra film e libro. Perché diciamocelo, nel romanzo Miranda non è un diavolo, è una vera e propria str. Tanto che con Andreaaa finisce….come finisce non ve lo dico, lo leggerete voi.

Un’autobiografia?

Torniamo al romanzo.  I punti di contatto tra la protagonista Andrea sono innumerevoli: stessa laurea, stesso primo lavoro, stesso viaggio con lo zaino in giro per il mondo, stessa ricerca della casa a Manhattan, stessa famiglia ebraica…diciamo che l’autrice è stata brava a trasformare un’esperienza sicuramente traumatica e stressante in un lavoro che le ha cambiato la vita.

Un ambiente tossico

Alla fine è questo che mi ha lasciato la lettura: vale la pena sbattersi per gente che neanche ti vede e pensa solo a solleticare il suo ego? Probabilmente le stesse che si vendicano per una vita che fuori dall’ufficio le vede molto, ma molto, meno protagoniste? La risposta la sappiamo tutti, ma quante persone ogni giorno cadono in questa rete e rimangono impigliate? Io la chiamo schiavitù moderna, voi? Raccontatemi chi è il vostro diavolo lavorativo nei commenti.

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La pasticceria incantata, aspettando la Befana

La pasticceria incantata è un titolo che fa subito pensare a una bella favola natalizia, anche se la copertina dai colori forti qualcosa dovrebbe far sospettare. Niente di più sbagliato. Quella della scrittrice Gu Byeong-Mo è una storia dark, per un pubblico adulto. Venite che vi racconto.

Trama

Esistono luoghi capaci di farti sentire accolto anche solo per l’atmosfera e il profumo che si respirano al loro interno, e la pasticceria incantata è esattamente così: aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, a prima vista sembra un normale forno dove comprare pane, torte e biscotti con un signore un po’ burbero dietro il banco. All’apparenza, però. Perché, quando il ragazzino protagonista di questa storia lo sceglie come rifugio per scappare da una situazione familiare difficile, la realtà che trova è ben diversa. A essere sfornati con l’ausilio di un misterioso uccello dalle piume blu sono dolci dagli enormi poteri, in grado di cambiare la vita delle persone…

Una famiglia disfunzionale

L’autrice sceglie di far raccontare la storia a questo dodicenne, traumatizzato nell’infanzia e diventato balbuziente, che vive nella megalopoli di Seoul. Serve un po’ di tempo per ricostruire il tassello della sua vita e dei suoi problemi con la famiglia. La pasticceria incantata è il luogo in cui trova rifugio e dove un mago e una ragazza che si trasforma in uccello gli danno dolci per alleggerire i ricordi e un pavimento su cui dormire. In Italia questo esordio della scrittrice Gu Byeong-Mo arriva tardi, quattordici anni dopo la pubblicazione in patria.

Gli effetti indesiderati 

All’inizio, il romanzo sembra parlare di dolci e buoni sentimenti. Niente di più sbagliato. I dolci che le persone possono ordinare anche online danno a chi le acquista un potere, ma anche una responsabilità. Gli acquirenti sapranno gestire gli effetti desiderati? Sembra un po’ la traduzione del famoso detto, “attento a ciò che desideri, potresti ottenerlo“. Cosa succederà? La tua vita migliorerà quando i biscotti diabolici saranno stati mangiati da quella persona che proprio non sopporti? E il passato, è bene ricordarlo? Tornare indietro serve davvero a cambiare il corso degli eventi? O quello che deve accadere, comunque accadrà?

Una favola nera 

La pasticceria incantata è, in realtà, una favola nera sul destino, sui sentimenti distruttivi, sull’egoismo che anima gli esseri umani. E su un ragazzino che deve trovare la sua strada, anche se i dolci non gli piacciono poi così tanto. Lo consiglierei? Sì, se la letteratura asiatica vi attira e se argomenti scomodi non vi scandalizzano. Sì, se avete bisogno di una lettura non corposa, ma con degli spunti di riflessione.
 I pasticcini appena sfornati disposti sulle teglie erano glassati con del caramello e e brillavano sotto le luci del negozio. Perché anche l’universo non era stato creato con dei passaggi così semplici? Perché il tempo non si scioglieva sulla lingua come carta commestibile aromatizzata al caffè? Perché lo spirito delle persone non si sbriciolava semplicemente come un biscotto?
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Il quaderno dell’amore perduto di Valérie Perrin

Un’altra sopresa in questa estate di sorprese, il mio incontro con Valérie Perrin. Non amo i libri o gli scrittori che vanno di moda, perché spesso le mode sono influenzate da fattori molto poco oggettivi. Ma ho trovato a un buon prezzo il primo libro della scrittrice francese, tradotto dopo il grande successo dei suoi lavori successivi. Bè, mi sono ricreduta: successo meritato. Venite che vi racconto.

Trama

Segnata dalla morte dei genitori, la giovane Justine ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di lavorare come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione. Così compra un quaderno azzurro in cui riporta ogni parola di Hélène e, mentre le pagine si riempiono del passato, Justine inizia a guardare al presente con occhi diversi. Forse il tempo di ascoltare i racconti degli altri è finito, ed è ora di sperimentare l’amore sulla propria pelle. Ma troverà il coraggio d’impugnare la penna per scrivere il proprio destino?

Il quaderno azzurro

Il romanzo di Valérie Perrin mi è piaciuto moltissimo, soprattutto il finale. I fatti sono narrati da una giovanissima che, chissà perché, ha una sola passione: gli anziani. Accudirli e ascoltarli è un lavoro che le piace, soprattutto perché non lo fa più nessuno, parenti su tutti. Quindi, questi anziani finiscono nelle case di riposo, spesso senza nessuno che li vada a trovare. E, soprattutto, senza nessuno che voglia ascoltare la loro storia. Infatti, non a caso il titolo originale è “I dimenticati della domenica”. Justine lo fa, li ascolta, e compra anche un quaderno azzurro, per non perdersi neanche una parola di quello che le viene detto. E così, veniamo anche noi a conoscenza del grand amore di Hélène e della vita che è passata e sta per lasciarla andare. Ma Hélène ha un compagno fedele, che non l’abbandona e la sorveglia costantemente. Sarà solo lei a decidere quando andare e lui lo segnalerà. 

Justine

Nonostante il focus su Hélène e l’amore della sua vita, è stata proprio Justine a incuriosirmi di più. E a farmi versare una lacrimuccia, o forse più di una, al termine della lettura. Perché nonostante le sue vicende familiari non semplici, è una ragazza trasparente, gentile, generosa, molto salda nei suoi valori. Se tutti gli operatori sanitari fossero come lei, vivremmo in modo più sereno anche l’inevitabile tristezza degli ultimi momenti, ne sono sicura. Al netto di alcuni passaggi non proprio convincenti, soprattutto nella fase in cui il terribile segreto della sua famiglia verrà rivelato, Un romanzo che vi consiglio se avete voglia di nostalgia, riflessione e romanticismo sottobosco. 

A questo punto, non mi rimane che leggere anche gli altri. Voi siete appassionati di Valérie Perrin? Qual è il vostro romanzo preferito? Fatemi sapere nei commenti! 

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I miei giorni leggeri leggeri alla libreria Morisaki

La libreria Morisaki e il quartiere di Jinbōchō, a Tokyo, è quello che tutti vorremmo nelle nostre città. L’idea di Satoshi Yagisawa di ambientarci un romanzo non poteva che incontrare tanti lettori entusiasti di tuffarsi dentro quella realtà fatta di sogni e avventure meravigliose. Ho aspettato un po’, ma alla fine mi sono tuffata anch’io in questa prima lettura 2023 dei libri da ombrellone. Ora vi racconto com’è andata. 

Trama

Jinbōchō, Tokyo. Il quartiere delle librerie e delle case editrici, paradiso dei lettori. Un angolo tranquillo e fuori dal tempo, a pochi passi dalla metropolitana e dai grandi palazzi moderni. File e file di vetrine stipate all’inverosimile di libri, nuovi o di seconda mano. E’ qui che si trova la libreria Morisaki, il regno di Satoru, l’eccentrico zio di Tatako. Entusiasta e un po’ squinternato, dedica la sua vita ai libri e alla Morisaki, soprattutto da quando la moglie lo ha lasciato. L’opposto di Tatako, che non esce di casa da quando l’uomo di cui era innamorata le ha detto di voler sposare un’altra. È Satoru a lanciarle un’ancora di salvezza, offrendole di trasferirsi al primo piano della libreria. Proprio lei che non è certo una forte lettrice, si trova di colpo a vivere in mezzo a torri pericolanti di libri e minacciosi clienti che continuano a farle domande e a citarle scrittori ignoti. Superato l’impatto iniziale, Tanako scoprirà pian piano un modo di comunicare e di relazionarsi che parte dai libri per arrivare al cuore. 

L’ispirazione

Ricordo esattamente il momento in cui ho avuto l’ispirazione, all’epoca mi recavo spesso a Jinbōchō per lavoro e un giorno, mentre camminavo tra tutte quelle vecchie librerie, ho pensato: non sarebbe bella una storia ambientata proprio qui a Jinbōchō con protagonista una donna che vive in una piccola libreria dell’usato?”. E la storia è venuta da sé, spontaneamente”. Sarebbe bella sì, caro Satoshi Yagisawa. E infatti la tua intuizione è stata premiata con un clamoroso successo di vendite e la realizzazione di un film con lo stesso titolo, uscito nel 2010. La versione italiana arriva oltre dieci anni dopo, forse nel momento giusto.

Leggerezza

Leggerezza è la parola d’ordine di questa lettura, tanto che casualmente diventa il primo consiglio di quest’anno per i libri da ombrellone. Non perché manchino riflessioni: ci sono, ma sono rese in modo delicato e attutito. Questa è stata, forse, la critica maggiore che i lettori hanno rivolto a questo romanzo. Piano, forse troppo. Una sommessa critica che faccio io è alla traduzione. Come può una giapponese rispondere che non le piace cucinare e finisce sempre per mangiare “pasta”? A parte questo aspetto, in generale a me non è dispiaciuto, magari perché in quel momento era proprio ciò che mi serviva, aprire le pagine e rilassarmi. Già ho scritto più volte che librerie, libri e gatti sono inflazionati, quindi il filone non si può proprio dire originale. E in questo caso, la libreria rimane sullo sfondo, le vicende più importanti si svolgono fuori.

Via dal rifugio

Ed è proprio questo il senso di quest’opera di Satoshi Yagisawa. Ci sono luoghi che per noi sono un rifugio dal dolore, dal male di vivere. Ma nascondersi non può durare per sempre, a un certo punto bisogna uscire e viverla, la vita. Magari con accanto amici preziosi: gli zii, tra gli umani. E i libri, tra gli oggetti. Lettura che consiglio se volete passare qualche ora di relax senza grande impegno. Sotto l’ombrellone, appunto. 

Curiosità

La libreria Morisaki è inventata, ma simile alle tante che affollano questo quartiere di Tokyo. La caffetteria Sabouru, invece, esiste sul serio. E’ un locale tradizionale,che la protagonista Tatako inizia a frequentare quando si ambienta nel quartiere. E che ha un ruolo centrale nello svolgimento della storia. Guardate gli esterni: non vi viene voglia di prenotare il primo volo per Tokyo? Magari per andare a novembre, quando a Tokyo si tiene il Kanda Used Book Festival, la più grande fiera del mondo di libri usati, organizzata da oltre sessant’anni. La nostra Tatako partecipa a questa fiera. E…;) 

sabouru coffee

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