Come si dice, le cose belle devono pur finire e sono arrivata all’ultimo giorno di questo intenso tour in città. Mi rimane ancora una cosa importante da vedere e poi…via allo shopping che conclude tutti i viaggi.
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Point Charlie, una volta uno dei più noti punti di passaggio negli anni della guerra fredda, dove un cartello in quattro lingue avvisava chiunque volesse avventurarsi al di là del muro che stava lasciando il settore americano. Il cartello che vediamo oggi è solo una ricostruzione, l’originale è conservato in un museo, e la guardiola di legno dalla quale erano obbligati a passare i visitatori diretti a Berlino est pure, perché l’originale non esiste più. A me questa finzione è sembrata un po’ triste, l’atmosfera di quell’epoca non si percepisce neanche lontanamente e i due finti soldati americani sono lì per alzare un po’ di soldi mettendosi in posa con i turisti. Bah, uso la fantasia e immagino di essere nel 1961, quando proprio dove mi trovo
si fronteggiarono i carri armati americani di Kennedy e quelli sovietici di Krusciov, che se non si fossero ritirati avrebbero di fatto segnato l’inizio della terza guerra mondiale. Io mi trovo in mezzo e alzo le braccia in segno di pace…
Ok, il resto ve lo risparmio. Parliamo di shopping, che è meglio. Mi rifugio nei negozietti di souvenir adiacenti e mi diverto a osservare in quanti modi hanno declinato i pezzetti di muro in vendita. Mi viene pure un’idea di business niente male: prendo qualche mattone, lo sbriciolo, piazzo i pezzi su un magnete e lo spaccio per muro. Decisamente oggi la fantasia galoppa un po’ troppo.
Souvenir, regalini, ricordini, l’incubo di ogni viaggiatore, e di ogni linguista con tutti questi -ini.
Berlino non offre un granché, ve lo dico subito. In ogni dove trovo pezzi di muro, appunto, l’orso simbolo della città, riproduzioni della Trabant, l’unico modello di automobile venduto a Berlino est, e gli Ampelmann, cioè gli omini del semaforo che sono diventati un oggetto di culto, declinato in tutte le salse. Un giretto al KaDeWe, il grande magazzino tipo Harrod’s, non me lo toglie nessuno. Alla fine ho scelto di andare sul sicuro: cioccolata. Al negozio Ritter Sport scegli i gusti, un omino paziente con i fotografi molesti la cola davanti ai tuoi occhi rapiti e dopo mezz’ora è pronta e inscatolata, con un biglietto dentro che dice pressapoco “l’ho creata per te”. Buona, buona, buona. E sicuramente gradita a chi la riceve.

Ora è proprio finita. L’autobus TXL dal centro mi porta in 20 minuti all’aeroporto, fantascienza. Ciao, ciao, Berlin. E non piangere. In fondo, è solo un arrivederci.









Curriwurst con patate. Niente a che vedere con quello preso al fast food, soprattutto per la salsa, molto più gustosa con un sentore piccante. 
In meno di un’ora ho raggiunto l’Oberbaumbrücke, il ponte rosso che collega Kreuzberg e Friedrichshain, separati dal fiume Sprea. Cos’hanno di particolare questi due quartieri? Che fino al 1989 erano separati non solo dal fiume, ma anche dal muro di Berlino. Il ponte è molto particolare, sembra medievale per via delle torrette e degli archi, ma è di epoca più recente. Durante la Guerra fredda è diventato simbolo di divisione, perché fu uno dei punti di passaggio tra Est e Ovest e quindi zona di confine, pattugliata da guardie armate.
stimonianza sui brandelli di muro ancora in piedi. Il muro in sé mi ha sorpreso non poco. Voglio dire, è poco più di un muretto, basso e neanche tanto profondo. Come diavolo sono riusciti a tenere buoni milioni di uomini con un ostacolo così piccolo? La seconda parziale delusione è stata la street gallery, protetta da sbarre perché evidentemente le persone non sanno tenere i pennarelli fermi e stavano rovinando le opere d’arte. I disegni, invece, sono stupendi e valgono la pena di arrivare fin laggiù (il quartiere non è proprio centralissimo). Vi consiglio scarpe comode e di arrivare a piedi fino ad Alexanderplatz, così potrete vederle tutte.

ionali. Peccato che abbiano dimenticato di indossare scarpe intonate, rovinando un po’ l’atmosfera. comunque i piatti meritano. Lo stinco è croccante al punto giusto, e lo strudel è divino. Non so se è più buona la panna o la salsa che lo accompagna. E non lo saprò mai, sono finite entrambe troppo presto per poter giudicare!




. M’innervosisce la perfezione geometrica con cui è stato pensato e progettato. Dalla cima della Torretta A, che si trova sopra il cancello, le SS di guardia potevano raggiungere e uccidere tutti i prigionieri con una mitragliatrice e se qualcuno provava a scappare veniva subito individuato. Le fabbriche in cui lavoravano i prigionieri sono state dismesse, rimane solo il perimetro riempito di sassi, per far capire com’erano collocate all’epoca. Alcune baracche sono state ricostruite quando il sito è diventato museo.




