Indoor: la nostra storia, Dominic Cobello con Mike Agassi

Mike Agassi. Per tutti i fan del tennista Andre Agassi Open è stata una lettura imperdibile. Ma anche Indoor, la replica per le rime del padre Mike, è un degno completamento di un quadretto familiare niente male.

Trama

“Avevo letto da qualche parte che il primo muscolo che un bambino sviluppa è quello che gli permette di puntare lo sguardo su qualcosa. Prima che Andre uscisse dalla maternità, progettai un attrezzo speciale per la sua culla: una palla da tennis appesa a una racchetta di legno. Ogni volta che qualcuno passava vicino alla culla, toccava la racchetta. E ogni volta gli occhi di Andre seguivano la palla. La mia teoria era che per lui sarebbe divenuto naturale, crescendo, vedere una palla da tennis che gli veniva incontro.” Per tutti coloro che hanno letto Open, Mike Agassi è il padre padrone ossessionato dall’idea di fare del figlio Andre un campione di tennis a tutti i costi, anche a quello di rubargli l’infanzia. È colui che ha costruito il terribile drago sparapalle che il figlio doveva affrontare ogni giorno per ore invece di giocare con i compagni. Insomma, quasi un mostro. Ma è proprio così? Questa è la verità di Mike.

J’accuse

Open di Andre Agassi è stato un grande successo di vendite e di pubblico. Il perché, secondo me, è da rintracciare intanto nella qualità della scrittura del giornalista J. R. Moehringer, non a caso premio Pulitzer. Poi, soprattutto, nella capacità di Andre di aprirsi completamente, di raccontare le ombre dietro le luci dello sport professionistico, la fatica, l’odio che sale per la fatica stessa, le sconfitte e i rimpianti. Oltreché, naturalmente, le cose belle dello sport e della vita. Molti hanno interpretato Open come un j’accuse nei confronti del padre, Mike Agassi, per averlo costretto a giocare a tennis fin dalla più tenera età. 

Padre padrone 

Di padri padroni è pieno il mondo dello sport e non solo. Un figlio di successo soddisfa l’ego di qualsiasi genitore, indipendentemente dal settore in cui il pargolo si mostra brillante e dotato. A quale prezzo però? Spesso calpestando i diritti del figlio a una vita normale, come quella di tutti gli altri. Ecco che allora Mike Agassi non ci sta, vuole dire la sua. E dice anche di non aver letto il libro del figlio, bugia!, ma che sicuramente tutto quello che scrive è vero. Dice anche che ha esagerato con i primi figli, causando l’abbandono precoce del tennis, e di essersi regolato meglio con Andre, la sua ultima carta da giocare. Pensa poveretti gli altri tre!

La determinazione è tutto

Ma perché Agassi senior è così fissato con il tennis? Lui, un armeno nato e cresciuto a Teheran in grande povertà, ricevette da un soldato americano una racchetta e fu subito grande amore. Anche se poi lui divenne un pugile di nome Emanoul Aghasi, così si chiamava prima di inglesizzare il nome, e partecipò anche alle olimpiadi. Una volta emigrato in America, il suo scopo nella vita è stato raggiungere un tenore di vita decoroso e  fare di uno dei suoi quattro figli un grande tennista. Ci è riuscito, perché secondo Mike la determinazione nella vita è tutto. Con un umorismo di fondo forse non voluto, pagina dopo pagina impariamo a voler bene a questo vecchietto un po’ ruffiano, un po’ bugiardo, un po’ tanto determinato a ottenere tutto quello che vuole nella vita.

Dipende dal risultato

Per qualsiasi fan di Andre Agassi, questa autobiografia è interessante. Racconta retroscena inediti visti dalla parte del papà, comprese le storie d’amore del campione, e ci fa scoprire quanto un’intera famiglia possa ruotare attorno a un solo sportivo. Che se riesce nella professione, diciamocelo, garantirà benessere a tutti. E’ sufficiente per giustificare la pressione eccessiva che i genitori mettono addosso ai figli? Come dico sempre io, dipende dal risultato. Perché se va bene, e vissero tutti felici e contenti. Come gli Agassi, tutti riuniti in una magione di Las Vegas con indirizzo Agassi boulevard.  Se va male, sono guai.

Leggi anche: 

L’Open vinto da Andre Agassi, aspettando Berrettini

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Il petalo cremisi e il bianco – Michel Faber

Il petalo cremisi e il bianco è il romanzo più conosciuto di Michel Faber, autore che avevo conosciuto con quel capolavoro di Sotto la pelle. Forse proprio per questo avevo aspettative altissime, che purtroppo si sono infrante sul muro del Tamigi…

Trama

Londra 1875. Dall’esile candela della sua stanza nel bordello della terribile Mrs Castaway, Sugar, una prostituta di diciannove anni, la più desiderata in città, cerca la via per sottrarre il proprio corpo e l’anima al fango delle strade. Dai vicoli luridi e malfamati Michel Faber ci guida, seguendo la scalata di Sugar, fino allo splendore delle classi alte della società vittoriana, dove violiamo l’intimità di personaggi terribili e fragili, comunque indimenticabili. Come Rackam, il giovane erede di una grande fortuna che diverrà l’amante di Sugar, e sua moglie, l’angelica e infelice Agnes. Il lettore è costantemente dietro la spalla di Sugar e degli altri protagonisti, catturato da una scrittura che ha la magia di ricreare in ogni dettaglio strade, camere, vestiti, cibi, odori, sapori.

Michel Faber ci guida con maestria

Parto dalle note positive. Innanzitutto, un autore che svolge ricerche per vent’anni e passa dieci anni a scrivere un romanzo, è degno di grandissima ammirazione. Infatti, l’inizio è col botto: sembra di trovarsi veramente nella Londra vittoriana dei vicoli oscuri, della prostituzione e del bel mondo attratto dallo squallore dei quartieri malfamati. Michel Faber ci guida con maestria all’interno dei vicoli, arricchendo la narrazione con particolari accurati e studiati per ricreare una mappa dell’epoca. Tecnica narrativa molto suggestiva, tanto che se non fosse infarcita di volgarità quasi in ogni pagina, la consiglierei agli studenti per un’immersione nella storia “dal vivo”.

Progetto forse troppo ambizioso

Un po’ meno riuscito il progetto in sé, forse troppo ambizioso per racchiuderlo in mille pagine. Sarebbe stata meglio una trilogia? Chissà. Il problema è che la lettura diventa tediosa, proprio perché infarcita di particolari che a un certo punto della narrazione si perdono, facendo smarrire la magia dell’impatto. Anche il personaggio di Sugar, che all’inizio sembra molto affascinante, via via perde colore, sapore. Per assurdo, diventano più interessanti i personaggi di contorno, che però Michel Faber rinuncia a esplorare fino in fondo. Alla fine perdiamo di vista Agnes, Henry il fratello di Rackham, Emmeline Fox, la donna amata da Henry, Caroline la prostituta, amica di Sugar. Rimangono sullo sfondo, senza che Sugar e William Rackham prendano mai il volo verso una storia a tutto tondo.

Zucchero, nome improbabile

La parte meno riuscita è quella in cui Sugar entra come istitutrice in casa Rackham. Quale istitutrice dell’epoca secondo voi avrebbe potuto chiamarsi “Zucchero”, senza suscitare perplessità nelle altre famiglie ricche? E la stessa Sugar, da ragazza intelligente e sagace, diventa incerta, tremolante, sempre sull’orlo delle lacrime. Fino all’ultima decisione, che in parte la riscatta. E William? Le sue intenzioni rimangono perlopiù sconosciute, possiamo immaginare che nonostante tutto sia innamorato della moglie e che entri per questo in conflitto con se stesso e con Sugar, ma Michel Faber non chiarisce del tutto, rimane solo una percezione da lettrice.

E quindi? Lettura bocciata? Ni. Se volete un consiglio, leggete Sotto la pelle, molto più coinvolgente. Il petalo cremisi e il bianco rimane nel limbo del vorrei ma non posso, interessante all’inizio, finito con grande fatica.

E voi? Avete letto i due romanzi? Concordate o dissentite?

Leggi anche:

Sotto la pelle di Michel Faber. E lì rimane

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I misteri di Chalk Hill – Susanne Goga

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Forever Amber – Kathleen Winsor

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La fata carabina – Daniel Pennac

Dopo Il paradiso degli orchi ho ripreso in mano Il Malaussène di Daniel Pennac, il capro espiatorio in odore di santità. Famiglia sempre più incasinata, capofamiglia che stavolta lascia spazio a una miriade di altri personaggi, sempre ovviamente finendo nel registro degli indagati. E vecchiette in pericolo. Che tanto indifese non sono. E neanche tanto vecchiette.

Trama

Intenta ad attraversare la strada con tutta la circospezione dovuta all’età avanzata, una vecchietta tremolante impugna improvvisamente una P38, prende la mira e fa secco un giovane commissario di polizia… È proprio attorno ai vecchietti che gira il romanzo: vecchietti uccisi a rasoiate, vecchietti a cui la sorellina di Benjamin, Thérèse, legge la mano reinventando ogni giorno un avvenire diverso, vecchietti vittime e vecchietti assassini. Cosa sta succedendo nel mercato della droga parigino? Come mai gli anziani abitanti del quartiere di Belleville sono diventati accaniti consumatori di stupefacenti? E perché se non li fa fuori la droga, vengono uccisi uno dopo l’altro con i sistemi più brutali? A tutte queste domande risponderà Benjamin, ritenuto in un primo momento, come al solito, il principale indiziato.

La giostra gira e si riempie 

In questo secondo appuntamento con i Malaussène, la giostra dei personaggi, sembra impossibile, aumenta esponenzialmente rispetto al primo libro della saga. In un appartamento dalla metratura imponente, almeno penso, Ben decide di ospitare una selva di vecchietti in pericolo, da quando nel quartiere gira un assassino di anziani. Ma chi è che può avercela con questo target di abitanti di Belleville? La criminalità del quartiere? Un pazzo furioso? Oppure qualcuno vuole lucrare e ha trovato una bella fonte di guadagno? Nell’indagine finisce in mezzo anche la bella Julia, la fidanzata di Ben, che rischia di fare una brutta fine. Anche stavolta sono stata catturata dalla rotondità dei personaggi e dalla voglia di trovare la soluzione dell’enigma prima che Pennac la dichiari ufficialmente. 

Nonni e nipoti, siparietti garantiti

Ci sono riuscita a metà, con alcune sorprese in mezzo nel comportamento dei personaggi, soprattutto i poliziotti e un immigrato filosofo. Meravigliosi i siparietti tra i nonnini ospitati da Ben e i piccoli di casa. Quanta forza reciproca possono trarre generazioni così distanti! E l’ingordigia che non ha mai fine  a quali atti criminali può spingere. Ancora una volta Pennac promosso e ho già tirato fuori dalla libreria il terzo della serie, La prosivendola.

Vi saprò dire. E a voi? Piace Pennac? Quale dei suoi romanzi avete preferito? Scrivetemi nei commenti 🙂

Leggi anche:

Il paradiso degli orchi, il primo romanzo della saga Malaussène

La prosivendola, il terzo romanzo della saga Malaussène

Altri romanzi noir

Sirene – Patty Dann

Vi ricordate Sirene, il fim del 1990 con Cher? E’ tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Patty Dann, pubblicato quattro anni prima. Mentre nel film l’estro di Cher fagocita il resto, nel romanzo la vera protagonista è Charlotte, con le sue ansie adolescenziali.

Trama 

Protagonista è una madre americana degli anni ’60, single atipica, che ha la spiccata propensione a trasferirsi altrove non appena le cose con l’uomo di turno iniziano ad andare male. E soprattutto appena le figlie si stanno ambientando: una quindicenne, Charlotte, che vorrebbe farsi suora ma inizia a sentirsi attratta dagli uomini e la piccola Kate, che vuole suolo nuotare. Quando la famiglia si trasferisce per l’ennesima volta, Charlotte è molto soddisfatta perché la nuova abitazione si trova vicino a un monastero cattolico. L’unico problema è che s’invaghisce di Joe, trentenne che lavora come tuttofare.

I turbamenti di Charlotte

Questo romanzo  di Patty Dann è particolare. Quando l’ho aperto avevo in testa il film con Cher, anche perché è in copertina, e nelle prime pagine mi è sembrato molto simile. A un certo punto, invece, ha preso una strada tutta sua. Mentre nel film è chiaramente la madre, Mrs. Flax, la protagonista, qui la storia ruota intorno ai pensieri contorti della figlia maggiore, Charlotte.

L’ossessione per la religione

Per un verso uguale a tutte le adolescenti in cerca di se stesse; per l’altro, una ex bambina in cerca di un equilibrio psichico che una famiglia disfunzionale come la sua non può certo assicurarle. Mentre sua sorella più piccola ha trovato il centro del suo mondo nel nuoto, quindi in un’attività fisica che l’assorbe, Charlotte cerca nella religione un punto fermo. Anche qui, però, senza vera convinzione, ma solo per inseguire un’ideale mistico irrealizzabile. La metafora perfetta di questa incomunicabilità è il suo colloquio con la madre superiora del convento, che una sera le offre cioccolata calda e biscotti. Charlotte (che è ebrea) vorrebbe parlare di religione e confessarsi, la madre superiora non ha nessuna intenzione di ascoltarla, ma solo di parlare, più che altro a se stessa, del fratello morto.

L’ossessione per Joe 

La religione non è l’unico mantra di Charlotte. C’è anche il sesso, incarnato da Joe. Un uomo di trent’anni, che potrebbe essere molto immaturo o leggermente disabile, questo non lo sappiamo. Le due fragilità però si combinano bene e, forse, trovano aiuto uno nell’altra. Anche di Charlotte non saprei dire se avrebbe bisogno di aiuto psichiatrico, come un’insegnante dice alla madre, o se è solo troppo impegnata a superare il grande egoismo che caratterizza la sua età, per scoprire dentro di sé la donna che si avvia a diventare. L’ultima pagina non scioglie il dubbio e, forse, è meglio così.

Dalgona Coffee, il tormentone del lockdown

Dalgona Coffee, anche detto il tormentone del lockdown. O cappuccino rovesciato. In realtà del cappuccino ha poco. Durante i giorni in cui siamo stati chiusi in casa per il coronavirus, su instagram e pinterest si sono moltiplicati i tentativi, più o meno riusciti, di far rimanere la crema scura sopra il latte, per il tempo necessario a scattare la foto. In realtà i disastri che sono usciti fuori non sono del  tutto colpa degli improvvisati barman. C’è il trucchetto, ma quasi nessuna ricetta online vi dirà come fare. Meno male che c’è Penna e Calamaro… 😀 😀 😀

Ingredienti per 2 Dalgona Coffee:

  • 4 cucchiaini di caffè (orzo) solubile
  • 4 cucchiaini di zucchero bianco
  • 3 cucchiai di acqua calda
  • latte freddo (o caldo), 2 tazze o bicchieri.

Procedimento: 

In una ciotola capiente versate, in quest’ordine, caffè (orzo) solubile,  zucchero e acqua calda. Azionate le fruste elettriche, o la frusta a mano, e mescolate fino a ottenere una crema così densa da rimanere ferma quando rovesciate la ciotola. Mi raccomando la ciotola capiente, perché all’inizio il liquido schizzerà da tutte le parti. Riempite un bicchiere di latte fino a 3/3 e versate sopra la crema a cucchiaiate. E qui arriva il trucchetto.

Il trucchetto 

Ora, la crema è più pesante del latte, quindi tenderà a scivolare miseramente in basso senza darvi il tempo di scattare la benedetta foto. Se scaldate il latte, la situazione peggiora. Quindi, il mio consiglio è: latte freddo e due/tre cubetti di ghiaccio dopo aver versato il latte.  Nella foto non si vedranno, ma terranno su la crema. E a prescindere da foto o meno, sarà più piacevole da sorseggiare.

Note:

  • il Dalgona coffee prende il nome da un dolce molto popolare tra i bambini coreani. Spesso, infatti, le mamme o i papà lo comprano all’uscita da scuola, per merenda;
  • il Dalgona candy, così è chiamato, viene venduto infilato in un bastoncino e con un disegno creato all’interno con una formina. Il gioco consiste nel mangiarlo spezzettato lasciando per ultima la formina. Io non ci sono riuscita, la formina finisce inevitabilmente per spezzarsi;
  • anche se lo chiamano cappuccino al contrario, del cappuccino non ha niente. Non vi consiglio di farci colazione, ma di preparlo come bevanda dissetante, con i cubetti di ghiaccio. E’ la mia versione preferita;
  • esiste una versione rosa, fatta con panna montata e sciroppo rosa.

Pronti per provare il Dalgona Coffee? Fatemi sapere nei commenti se vi ha convinto! 🙂

Prova anche: 

Altre ricette coreane

Il mio viaggio in Corea