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Trieste, una città che scrive è una città libera

Trieste. Sì, James Joyce. Ok, Umberto Saba. D’accordo, Italo Svevo. Certo, tutto giusto. Ma anche una città poliglotta, culturalmente vivace, che scrive. Sui muri, soprattutto. Si dice che l’anima di una città sia custodita dalle sue pareti.Nel caso di Trieste, è indubbiamente vero. Grazie al musical Il fantasma dell’Opera, per la prima volta in Italia, finalmente sono riuscita a visitarla. Venite che vi racconto.

Molo Audace

Se abitassi a Trieste, penso che starei qui tutte le sere, estate e inverno. Si chiama così, o meglio, è stato ribattezzato così, in onore  del cacciatorpediniere Audace, la prima nave della Marina Militare Italiana arrivata a Trieste il 3 novembre 1918. Anche oggi, devi essere audace per dichiararti dinnanzi a un tramonto così spettacolare. Credo, infatti, che sia uno dei posti più romantici che abbia mai visto. Se non sei in coppia, sembra che porti comunque fortuna percorrere i 2oo metri della passerella, bora o non bora, e arrivare a toccare la rosa dei venti posta alla fine del molo nel 1925 e costruita con il bronzo dei cannoni austro-ungarici. Fate l’amore non fate la guerra, sembra dirci. Come non essere d’accordo?

Piazza Unità d’Italia 

E’ la piazza principale di Trieste, quella che è stata testimone di tutti gli avvenimenti storici che hanno forgiato la città e l’hanno resa quella che vediamo ora. Circondata e difesa ai tre lati dal palazzo del governo in stile liberty, quello delle Assicurazioni Generali e del Lloyd Triestino e, l’ultimo arrivato, il palazzo del Municipio. L’ultimo lato è libero, ma non è sempre stato così, per guardare il mare. O essere guardati, dipende dai punti di vista. Il mare una volta invadeva la piazza e oggi vediamo delle luci blu sul pavimento dove prima c’era lo spazio per ormeggiare la barca. E’ una piazza maestosa, da attraversare giorno e notte per andare verso il mare o in uno dei mille locali che affollano il centro storico. E’ anche sede di concerti e qui ci sono alcuni dei caffè letterari più famosi e frequentati della città, di cui vi parlerò nel dettaglio più avanti. 

Castello di Miramare

Una gita che vi consiglio di fare, se avete abbastanza tempo. Non tanto e non solo per il castello, ma per l’ambiente circostante e il viaggio in traghetto per arrivarci. La visita può trasformarsi in una fantastica gita. Il Castello di Miramare è un elegante edificio realizzato in pietra d’Istria bianca che sorge sulla punta del promontorio carsico di Grignano, a pochi km dal centro città di Trieste.
L’edificio fu costruito tra il 1856 e il 1860 come dimora dell’arciduca Massimiliano d’ Asburgo e della sua consorte, la principessa Carlotta del Belgio. E anche oggi, dà proprio l’impressione di una casa abitata, non tanto di un museo. Solo che nessuno la abita più da decenni. E sapete perché? Sul Castello di Miramare pare che circoli una leggenda secondo la quale dormirci porterebbe sfortuna: i primi due proprietari ebbero una fine tragica e anche ai successivi non andò meglio, furono tutti infelici o danneggiati in qualche modo. Tanto che uno degli ultimi occupanti preferì dormire in tenda nel giardino! Sembra incredibile che un luogo così ipnotico possa portare sfortuna, eppure…sarà la natura a ribellarsi? Le scogliere sono selvagge e non vogliono essere domate. Allora non ci resta che girare per il parco, dove si potrebbe tranquillamente stazionare tutto il giorno. Certo, che strana la vita: Massimiliano e Carlotta qui avrebbero potuto trascorrere un’eterna luna di miele e invece…lui assassinato e lei tornata in Belgio dopo essere rimasta vedova.

Lungomare di Barcola e Faro della Vittoria

Purtroppo non ho avuto abbastanza tempo per visitare con calma questa parte di Trieste, ma se voi avete più giorni, fatelo. Il lungomare l’ho visto e fotografato dal traghetto che mi portava al Castello di Miramare (vedi sopra). Dal faro, si gode una vista spettacolare sul golfo ed è aperto al pubblico, con entrate contingentate. Spero di potervene parlare più approfonditamente la prossima volta!

Stabilimento La Lanterna

Anche detto El Pedocin, questo bagno ha una particolarità: è l’unico stabilimento in Italia in cui uomini e donne fanno il bagno e prendono il sole separati…da un muro. In acqua, però, c’è solo un cordolo a separarci, quindi chi vuole darsi un bacetto frettoloso e di nascosto può farlo ❤️
Nelle due ore di relax che mi sono concessa per staccare dal caldo cittadino, c’era una donna che ha fatto il bagno vestita, altre che vivevano il mare in assoluta naturalezza. Non vi dico come ho fatto io il bagno, non avevo previsto questa pausa e non ho portato con me il costume da bagno! 🙂
Insomma, assoluta anarchia per tutte, come è giusto.
L’ingresso costa 1 euro per tutta la giornata e all’interno troverete docce, bagni e bar. Gli animali non sono ammessi.

lanterna pedicin logo

Teatro Romano

Splendido, come tutti i teatri romani, in pieno centro, un po’ buttato lì. Pare che all’epoca della costruzione nel sito ci arrivasse il mare. E che sia stato piano piano sepolto dalle costruzioni intorno, per essere poi riscoperto nel 1938. Anche oggi, secondo me non è valorizzato abbastanza, solo gli amanti della storia romana si fermeranno a guardarlo ammirati. Peccato, l’ennesima bellezza seminascosta dall’incuria dei tempi moderni. Pensate come doveva essere scenografico in tempi antichi, con il mare ai suoi piedi.

Cattedrale di San Giusto

Sorge sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città e solo per questo vale una visita, soprattutto se arrivate a piedi dalle scalette. Se avete abbastanza tempo, anche l’interno merita una visita. Altrimenti, giratele intorno e scoprirete una parchetto con resti romani, dove passare una mezz’ora di pace e tranquillità, e il castello di San Giusto. E’ un’area dove rilassarsi dalle fatiche della giornata. 

Castello di San Giusto

E’ una fortezza-museo dove sicuramente vale la pena di entrare, anche perché è considerato uno dei simboli della città. Io, purtroppo, sono arrivata all’ora di chiusura, anticipata per un concerto serale. C’era la cantante Alice quella sera e mi sono fermata a sentire le prove. Come me, anche tutte le persone che si stavano rilassando nel parco adiacente (vedi sopra).

Risiera di San Sabba

Volevo visitare la risiera di San Sabba da quando ho letto il romanzo di Kirk Douglas, Danza con il diavolo, che in parte è ambientato proprio qui. Come dice il nome, la risiera nacque tra fine Ottocento e inizio Novecento come stabilimento industriale per la lavorazione del riso. Cessata la produzione, a partire dal 1930 fu utilizzato dall’esercito come magazzino, fino a diventare una caserma nel 1940. In seguito all’occupazione del territorio da parte delle forze tedesche, l’ex opificio fu utilizzato come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e successivamente trasformato in campo di detenzione. Dopo la liberazione e fino ai primi anni Sessanta, divenne poi campo di raccolta per profughi in fuga durante la “cortina di ferro”. Oggi, è un memoriale come quelli dei campi che si trovano in Germania. Inutile dire che la visita è dovuta, triste e anche commovente, per alcuni reperti, lettere soprattutto, che sono state raccolte ed esposte. Fa meno impressione, forse, perché conserva la struttura di uno stabilimento industriale abbandonato, nonché il nome di quella fabbrica. Ma le anime di chi qui ha lasciato la vita, si respirano lo stesso. Ci sono arrivata con una lunga passeggiata dal centro città fino in periferia, tornando poi indietro con un autobus. Se avete abbastanza tempo, vi consiglio di fare lo stesso, la distanza non è eccessiva e vedrete una Trieste diversa. Come vi consiglio di non perdere questa visita. 

celle san saba logo

san sabba edificio principale logo

risiera san sabba particolare logo

risiera san sabba cella della morte logo

risiera san sabba lettera sloveno logo

risiera san sabba particolare muro entrata logo

Canal Grande, Ponte Rosso e la statua di James Joyce

Museo Joyce

Cosa mangiare

Tour dei caffè letterari

Dove dormire

Templestay, due giorni nella vita di un monaco coreano

Templestay, un viaggio nel viaggio. Due giorni nella vita di un monaco buddista che ha scelto di ritirarsi in un tempio. Trappola per turisti o esperienza per chi vuole trovare se stesso, come recita il sito ufficiale? Vi racconto tutto sulla mia esperienza nel tempio di Beomeosa, a Busan.

Appuntamento alle 14

Sono arrivata al tempio il sabato pomeriggio, con un autobus che mi ha lasciato a circa un km dal tempio. Il resto, tutto a piedi, in mezzo a una stupenda foresta con i colori dell’autunno.

templestay bosco logo

Appena arrivata nel tempio, la coordinatrice e interprete del programma templestay, volontaria come il resto dello staff, mi ha accolto nella parte degli alloggi riservati a chi decide di vivere quest’esperienza. Mi ha consegnato il cartellino con il mio nome in hangul e alfabeto e la divisa color glicine da indossare per la durata del soggiorno. Poi, ci hanno dato un po’ di tempo per girare nei dintorni, prima dell’incontro con il monaco. Nel frattempo, con gli altri partecipanti al templestay ci siamo un po’ studiati. Quasi tutti coreani, alcune famiglie, una coppietta di francesi e una signora svedese a rappresentare l’Europa.

templestay partecipanti logo

Il monaco si presenta

Dopo un’oretta siamo arrivati tutti e finalmente arriva il monaco. Si presenta subito dicendo di essere un monaco novizio, appena ordinato. Dice anche di essere cresciuto negli Stati Uniti e di essere tornato in Corea del Sud per scegliere la strada della religione subito dopo. Poi, passa a darci le informazioni pratiche sul templestay. Prima di tutto, cosa fondamentale!, come sedersi a gambe incrociate senza rimanere bloccati al momento di alzarsi. Secondo, un accenno sui riti buddisti e su cosa ci aspetta di lì a poco. Informazione che rassicura tutti all’istante, nessuno è obbligato a fare niente. La partecipazione è completamente libera, in tutti i sensi. Quindi, prostrazioni e meditazione sono a discrezione del partecipante, se per motivi ideologici o di salute non può partecipare, è libero di non farlo. Sembra banale, ma vi assicuro che nel corso dell’esperienza, ne capirete l’importanza. Continuate  a leggere e vi darò un assaggio. Finita questa breve introduzione, ci ha accompagnato in un tour di gruppo del tempio.

Il tour del tempio

Il templestay prevede come prima cosa il tour del tempio. La visita è iniziata dal punto più basso, dove ci ha fatto osservare i caratteri “下馬 “, cioè “smonta cavallo” incisi su un pilastro, che in passato indicava agli ospiti che arrivavano a cavallo il punto per lasciarlo.

templestay smonta cavallo logo

Abbiamo proseguito attraverso le quattro porte d’ingresso del tempio: la prima, sostenuta da quattro pilastri di pietra, la seconda contenente quattro feroci guardiani del tempio, la terza che rappresenta il concetto buddista di non dualità e l’ultima, che sorregge un intero edificio. 

primo cancello logo guardiani templestay logo terzo cancello logo

Siamo così arrivati al cortile principale del tempio, da dove con una rampa di scale fino a Daeungjeon, la sala centrale, anche detta “sala del Dharma”.

templestay sala logo

Nonostante sia la sala principale, i due edifici alla sua sinistra e destra sono in realtà i preferiti dai visitatori: a sinistra, un piccolo edificio dietro un’enorme pietra incisa risale ai tempi pre buddisti. Dedicato al dio della montagna, è l’unico posto a Beomeosa dove ai devoti è permesso portare alcol come offerta sull’altare. A destra, Gwaneumjeon Hall è il tempio più popolare poiché è lì che Avalokitesvara, il Bodhisattva della compassione, risponde ai desideri delle persone. La disponibilità del nostro accompagnatore nel rispondere alle nostre curiosità mi ha molto colpito. Come immaginerete, la domanda più ricorrente è: perché? Perché una persona abbandona il mondo e gli affetti per diventare un eremita? Lui ci ha confessato candidamente che la religione non è quasi mai il motivo, o l’unico motivo, per cui una persona decide di farsi monaco. Anzi, sono spesso le vicende della vita, o le difficoltà del percorso, che fanno propendere per una scelta così radicale. Sembrava quasi di avere di fronte il monaco del kdrama Naui Ajusshi, lo ricordate? 

dhandmonk

La cena

Alle 17 scatta l’ora della cena, il barugongyang, cioè il pasto vegetariano dei monaci buddisti. Molto presto, perché prima di andare a dormire è prevista un’altra parte del programma, come vi dirò tra poco. Comunque, questa è la parte del programma a mio avviso in cui sarebbe bene arrivare preparati, perché può trasformarsi in un momento molto imbarazzante. Dovete sapere, infatti, che per i monaci il pasto non è un momento conviviale, come per la maggior parte delle persone. Al contrario, è anch’esso un processo di meditazione. Ragione per cui, non solo il pasto va consumato in rigoroso silenzio, ma anche in fretta! Il tempo ci è stato dato all’inizio, solo quindici minuti per finire tutto. Ora, dovete sapere che io mangio con una lentezza esasperante. Figuratevi, quando ho sentito che ci avrebbero praticamente cronometrato, mi è quasi venuto un colpo. Ero talmente agitata, che non ho sentito la raccomandazione chiave: finite tutto, senza lasciare neanche un avanzo, tranne la radice gialla. Che ho fatto secondo voi? Ho mangiato pure quella! Allora loro, carinamente, ne hanno data una seconda a me e a un altro paio di persone che l’hanno mangiata. E io ho pensato: “che gentili, ne hanno poche e le danno alla straniera”. Quando hanno visto che prendevo le bacchette per inforchettare, l’assistente è arrivata di corsa “stop! stop!”, rompendo il silenzio. Non potete capire come mi ha guardato il monaco. La radice gialla, infatti, serve a sgrassare i piatti a fine pasto e a favorire la digestione. Quindi va mangiata per ultima, dopo un complicato rito di pulizia e impilaggio delle ciotole in un ordine prestabilito.  Hahahahah! Non avevo capito niente! Comunque, subito dopo siamo andati a pulire i piatti in modo tradizionale, con il sapone. Quello lo so fare 🙂

Musica

Dopo cena, scatta la serata danzante. Prima, ci hanno fatto assistere a un’esibizione di tamburi: una squadra di monaci sale su un’apposita torretta, dove è montato un tamburo gigante centrale e suona, dandosi il cambio, o suonando a coppie, senza mai far cessare la musica. E’ stato un momento molto suggestivo, ma anche questo breve, perché prima di andare a dormire i monaci fanno esercizio fisico.

108 prostrazioni

E’ il momento delle 108 prostrazioni. Avete visto il kdrama Vincenzo? A un certo punto Vincenzo e il funzionario si ritrovano nella sala del tempio e gli occupanti del palazzo prima e i due monaci dopo li trovano a genuflettersi.

Che ci fate qui?
Facciamo i 108 inchini.
Così all’improvviso? Perché?
Per liberare i nostri cuori dall’avidità e dall’egoismo.

Nella fase di accoglienza ci avevano spiegato perché sono proprio 108, il numero degli illuminati del buddismo, e ci hanno fatto vedere come farle, avvertendoci che non è necessario farle tutte, perché bisogna sempre rispettare il fisico e i suoi limiti. Un po’ il principio dello yoga, non a caso le prostrazioni ricordano il saluto al sole. Che ve lo dico a fare, non sarei uscita di lì senza averle fatte tutte e 108, ma sono stata uno dei pochi. La maggior parte ha preso il tappetino, ne ha fatta qualcuna e poi ha atteso tranquillamente che finissimo. Nel frattempo, un tamburo e i canti dei monaci davano il ritmo all’esercizio. Considerate che il tempio rimane aperto fino a tardi, quindi noi eravamo mescolati ai fedeli. In questo e in altri templi ho visto che a volte le persone si fermano, fanno tre prostrazioni ed escono (penso sia come l’acqua santa e  il segno della croce per i cattolici).

A nanna

E’ ora di andare a letto, anche se l’atmosfera si è fatta molto intima e piacevole. Le persone sono andate via, regna il silenzio e il buio ha preso possesso del complesso.

templestay notturno logo

C’è il tempo per una doccia e poi tutti a dormire, su un futon steso a terra, gli uomini in una sala e noi donne in quella dell’accoglienza mattutina, perfettamente pulita per accogliere dodici donne. Accanto a me, la signora svedese. Devo dire che ho fatto fatica ad addormentarmi, anche se non ci sono stati rumori molesti. Per la sveglia del mattino ci hanno dato due opzioni: alle 04:15 per una nuova sessione di tamburi o alle 5 per la colazione. Sono masochista, lo so, ma ho scelto le 04:15, non volevo perdere neanche un secondo dell’esperienza.

templestay letto logo

Sveglia alle 04:15 

Dopo aver passato la notte in dormiveglia, quando hanno svegliato le volontarie all’ora convenuta, sono scattata subito in piedi. Dormire per terra l’ho trovato comodo, ma avevo paura di non riuscire a svegliarmi. Fuori è ancora buio e c’è talmente tanto silenzio che il rumore dei passi sulla ghiaia sembra quello degli assassini nei film thriller. Ci avviciniamo alla torretta della sera precedente e assistiamo a una nuova performance dei monaci suonatori di tamburo. Se possibile, è ancora più suggestiva di quella della sera precedente. Non so, è come se chiamassero a raccolta le forze dell’universo. Subito dopo, entriamo nel tempio per le prostrazioni. Non 108 come la sera prima, solo tre. Se la sera precedente l’attività fisica era seguita alla meditazione, al mattino il rito è a al contrario. Prima l’attività fisica, poi la massima concentrazione.

Meditazione

Questa è stata una delle prove più dure del templestay, forse più impegnativa delle 108 prostrazioni. Venti minuti immobili, a gambe incrociate, con gli occhi chiusi, nella posizione yoga del loto. Il monaco ci ha dato il là, chiedendoci di riflettere su questa domanda: chi ero io prima di nascere? Io ho usato un cuscino per stare più comoda e, dopo un po’, in parecchi mi hanno imitato. Sembrano pochi, ma venti minuti in quella posizione ucciderebbero chiunque, se non sei abituato. Avevo già fatto sessioni di meditazione durante le lezioni di yoga, quindi più o meno sono riuscita a portare a termine il compito. Dietro di me, però, è successo di tutto. I più giovani, i coreani figli di chi li ha trascinati lì, si sono alzati e sono usciti. A un certo punto, la sveglia di un telefono a iniziato a squillare ad altissimo volume. Il monaco non si è mosso di un centimetro e neanche i partecipanti, all’inizio. Poi, la ragazza francese ha preso in mano la situazione e, sbuffando, è andata nello spogliatoio per spegnerlo, seguendo il suono. Ovviamente la colpevole si è guardata bene dallo scusarsi per l’interruzione. Come faccio a sapere che era una donna? Perché dopo la meditazione l’ho sorpresa furtivamente a guardare il telefono rosso che la ragazza aveva in mano! Ora so per certo che la signora coreana di solito si sveglia alle 6 di mattina, perché a quell’ora più o meno stavamo meditando. Mentre il telefono squillava, ho aperto un occhio per vedere se qualcuno si alzava per spegnere e, non ci crederete, qualche coreano aspettava tranquillamente seduto con lo specchio in mano. Non c’è niente da fare, ossessionati dall’estetica in ogni contesto.

La meritata colazione

La giornata dei monaci inizia in maniera movimentata, come avete visto. La colazione arriva dopo e più o meno è uguale alla cena, anche se un po’ meno varia. Giusto il tempo di lavare i denti e poi via, verso il secondo tour del templestay.

L’hermitage 

Nel secondo giro, il monaco ci ha portato a fare una breve escursione in uno degli undici eremi situati sulle colline che circondano Beomeosa. Sono dei piccoli templi, in cui i monaci si ritirano durante il periodo invernale. Noi abbiamo visto quello di Cheongnyeonam, che è caratterizzato da un enorme Buddha dorato circondato da statue, che rappresentano animali, personaggi ed elementi del buddismo coreano. Mentre facevamo foto, il posto è davvero molto bello, il religioso ci ha spiegato che i monaci vivono nel tempio inferiore durante la bella stagione e si ritirano in meditazione solitaria durante l’inverno. In questo periodo, passano lunghe giornate senza parlare con nessuno e meditando, anche per venti ore di seguito. Riuscite a immaginarlo? La vita del monaco non è così semplice come potremmo pensare. 

templestay alba logo

Tè con il monaco

Siamo alle battute finali, il templestay sta per terminare. Tornando alla base, ci fanno rilassare dandoci i pallini per costruire il nostro braccialetto buddista di legno e, subito dopo, sgomberiamo la sala per prende il tè con il monaco senior. Davanti a una tazza di tè coreano e due dolcetti colorati, il monaco si presta a rispondere alle nostre curiosità. E’ stata una conversazione un po’ difficile da seguire, perché i partecipanti coreani si sono ovviamente dimostrati più curiosi e hanno articolato le domande in modo complesso, tanto che a un certo punto la traduzione è stata certamente più semplificata rispetto alla conversazione. Ma è stata comunque piacevole da seguire. 

tè col monaco logo

Lo consigli?

Assolutamente sì, il templestay è un’esperienza unica e sincera. A patto che abbiate voglia e un minimo di preparazione per affrontarla. I ragazzi francesi sono andati via prima del termine, evidentemente annoiati. I ragazzi coreani hanno sofferto e anche qualcuno degli adulti. Per tutti gli altri, sono sicura che sia stata un’esperienza entusiasmante, come lo è stata per me. Non ci sono mezze misure, o la amate o la odiate. Solo noi conosciamo noi stessi, sconsiglio di farla come gita turistica senza voglia di riflettere, questo sì. Se invece avete voglia di entrare in un mondo così diverso da quello a cui siamo abituati, vi lascerà qualcosa d’importante.

Allora? Che ne pensate del templestay? Vi incuriosisce come esperienza? La fareste?

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Viaggio in Corea del Sud: Train to Busan

Immaginatevi la scena: Halloween, buio, una banchina deserta e un segnale orario luminoso con la scritta “Train to Busan”. Le premesse per un viaggio horror ci sono tutte…

busan trainE invece niente. A bordo niente zombie, ma soprattutto niente Gong Yoo, ahimè. In 47 minuti il treno arriva da Dagu a Busan con un viaggio super tranquillo. Dato che le città coreane sono organizzate tutte nello stesso modo, anche qui metropolitana e arrivo in albergo quasi senza problemi. Dico quasi perché stavolta una minima conoscenza dell’hangul, l’alfabeto coreano, mi ha salvato, altrimenti non avrei riconosciuto il nome dell’hotel, scritto solo in coreano. Comunque, alla fine ce l’ho fatta a districarmi tra le stradine, dove impazza lo street food. Il mio albergo, infatti, si trova vicino al mercato del pesce di Jagalchi, il più grande della Corea del Sud. Non potete venire a Busan e non passarci.

Il mercato del pesce di Jagalchi

E infatti è proprio da qui che parto, anche se in realtà non è la prima cosa che ho visto. Il mercato mi dà una sensazione strana: da una parte mi piacciono i colori, le ajumma che vendono, la straripante varietà di pesce. Non avevo mai visto un mercato del pesce di questa grandezza. Dall’altra, non posso che provare pietà per questi poveri animali, ancora vivi nelle loro vasche. Come anche nei ristoranti, qui il pesce viene scelto dal cliente, prelevato dalle vasche e consumato immediatamente. Un’abitudine che non posso e non voglio giudicare, ma che mi porta a prendere le distanze. A un certo punto, un venditore, pensando sicuramente che la turista avrebbe gradito, si è messo a giocare con un pescetto, che gli è sgusciato tra le mani cadendo sul pavimento. Da vedere? Assolutamente sì. Ci tornerei? No.

logomercatojagalchi

Gamcheon Culture Village

Al Gamcheon Culture Village, invece, tornerei anche domani. E’ un villaggio in collina che durante la guerra consentì a molte persone di rifugiarsi negli anni. Poi era caduto un po’ in disuso, finché è stato oggetto di una ristrutturazione complessiva. Oggi è abitato in prevalenza da artisti, le casette sono state dipinte di un bel celeste e tutti i turisti ci passano per farsi una foto con il piccolo principe, posizionato in zona panoramica. Io vi consiglio invece di farvi un bel giro per tutto il villaggio e magari pure la foto con il piccolo principe, se c’è poca fila. Cosa che penso succeda solo all’alba. Passate all’ufficio turistico e fatevi dare la mappa. Nella mappa c’è un giochino: se raggiungete determinate tappe, troverete un timbro da apporre sulla mappa. Una volta davano un regalo al completamento dei timbri, ora non più. Ma voi fatelo lo stesso. Vi servirà per esplorare il villaggio come mai fareste senza. E guardatevi intorno con attenzione. Io mi sono divertita tanto, ho scoperto degli angoli impossibili, delle installazioni artistiche notevoli, degli scorci particolari. E’ impegnativo, non lo nascondo, perché il percorso è quasi tutto in salita/discesa. Ne vale la pena, però.  In una delle tappe, per esempio, ho spedito una cartolina a me stessa. Nel chiosco, infatti, puoi comprare la cartolina e scrivere a te stesso, decidendo se vuoi riceverla dopo un mese o dopo un anno. Io ho scelto un anno e giustamente mi è arrivata dopo un mese :D. Ma è stato comunque divertente e anche strano. Il giro completa dura minimo due ore, ma anche di più, a seconda di quanto deciderete di fermarvi in ogni tappa.

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BIFF Square

La lettera a te stesso non sembra una cosa da film? E infatti siamo nella città giusta. Busan negli ultimi anni si è imposta nel panorama del cinema mondiale grazie all’organizzazione del Festival Internazionale del Film di Busan (BIFF). Da qui il nome di questa strada, BIFF Square, in cui per circa 500 metri è possibile andare alla ricerca degli attori e registi preferiti che hanno lasciato l’impronta del loro palmo sull’asfalto, in una sorta di walk of fame. E’ un’area in cui vi imbatterete sicuramente anche per caso, poiché si trova in una zona trafficatissima di shopping, street food e passeggio. Vedo anche, a sorpresa, l’impronta italianissima di Ennio Morricone.

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I templi: Haedong Yonggungsa e Bomosa

I templi buddisti che varrebbe la pena vedere se visitate Busan sono due, Haedong Yonggungsa e Bomosa. Del secondo vi parlerò più diffusamente in questo articolo, perché è quello che ho scelto per vivere la pazzesca esperienza del templestay, di cui vi spiegherò tutto per bene, così potrete decidere se fa al caso vostro o no.

Due templi, dicevamo. Se avete poco tempo a disposizione, vi suggerisco Haedong Yonggungsa, perché ha una particolarità. Invece di essere incastonato in qualche montagna difficilmente raggiungibile, si affaccia sul mare  dell’Est, verso il Giappone, da qui il nome “Tempio del mare” ed è facilmente raggiungibile in autobus. Vi consiglio di visitarlo in serata perché si svuota, come del resto tutti i templi che ho visitato durante il viaggio. All’entrata c’è una ruota a protezione dei guidatori (!) e poi ci sono 108 scalini, fiancheggiati da lanterne di pietra, da scendere per arrivare quasi al livello del mare e godere di un panorama meraviglioso. Sembra che questo tempio abbia il potere di far realizzare almeno un sogno di coloro che lo visitano, per questo è così trafficato. Se sbagliate orario potrebbe sembrarvi caotico, quindi seguite il mio consiglio. Io mi sono soffermata soprattutto sul Buddha in preghiera che offre le spalle al mare. Tra le onde che s’infrangono sugli scogli, le persone che pregano in silenzio, l’aria tersa e lo sguardo che si perde nell’orizzonte d’acqua, non sarei mai voluta risalire. Anche perché fare i 108 gradini al contrario non è una passeggiata! :p Anzi, approfitto di voi: se qualcuno andrà al tempio, vi prego, contate i gradini per me. Perché io ne ho contati 109, ma sarà stata la stanchezza?

logotempiosulmare

Le spiagge: Songdo, Dadaepo, Haeundae

Al tempio di Haedong Yonggung vi consiglio di abbinare la spiaggia di Haeundae, che è uno dei posti in cui i coreani vanno a divertirsi. Non sarebbe male passare la giornata in spiaggia, se il tempo lo consente, e poi andare al tempio, lì a poca distanza. Quando l’aria è limpida, dalla collina si vede la costa del Giappone, mentre la sera, quando si accendono le luci della città, diventa un luogo romantico. E’ pieno di locali, alberghetti e ristoranti, anche perché spesso organizzano eventi musicali sulla spiaggia.

Songdo beach skywalk 송도해수욕장

E’ la spiaggia che mi è piaciuta di più. Purtroppo anche qui sono arrivata in serata e non ho potuto fare il giro con la funicolare aerea perché era troppo tardi e avrei rischiato di non tornare indietro. Secondo me però, se andate di giorno, un giretto lo merita. La vista sull’oceano e sullo skyline di Busan è comunque fascinosa. Un po’ meno fascinoso il signore in pigiama seduto sulla panchina, ma anche lui ha meritato una foto. La parte migliore è una passerella curva sul mare che porta a uno scoglio con due statue, di un marinaio e una sirena distanti che cercano di toccarsi con le braccia alzate. Romantico, non trovate?

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Dadaepo

Sempre in tema di romanticismo, questa è una chicca che vi do, soprattutto se avete deciso di dichiararvi a Busan. Dadaepo è una spiaggia un po’ fuori mano, si trova al capolinea della metro e poi bisogna camminare per un po’. I locali la usano per fare picnic e per sfuggire alla folla che assalta le più famose. Arrivando, ho notato una panchina con un grande anello di fidanzamento. I coreani non lasciano nulla al caso: fatela sedere sulla panchina, inginocchiatevi e tirate fuori l’anello. Insomma, fate le cose perbenino, hahaha!

logo Anello fidanzamento Busan

L’articolo finisce qui, ma la visita a Busan no. Come già anticipato, vi parlerò della mia notte al tempio di Bomosa e di un mercato un po’ particolare…(continua)

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Templestay, due giorni nella vita di un monaco coreano

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