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Vienna in 48 ore, tra la Sacher e un Bacio di Klimt

Vienna in 48 ore è un po’ poco, è vero. Ma non sempre c’è molto tempo libero per viaggiare. E allora che si fa? Si fa come Ethan Hawke e Julie Delpy in Prima dell’alba, il film. Si cammina di notte e fino all’alba, per riprendere il treno (loro), o l’aereo (io), la mattina dopo. Venite che vi racconto.

Il bacio di Klimt

Il bacio di Klimt è uno dei motivi per cui spostarsi vale sempre la pena.  Chi di noi non l’ha mai visto? Nessuno. E’ perennemente in ogni gadget, tazza, shopper bag, quaderni e penne, ovunque. Forse troppo. Tanto che vi dirò, non mi aveva mai fatto battere il cuore. E invece. E invece, vederlo dal vivo wow, hanno dovuto chiamare i rinforzi per smuovermi da lì. Il fatto è che c’è talmente tanta gente, che bisogna avere pazienza, conquistarsi lo spazio e poi, una volta ammirato, lasciare il posto ad altri. In teoria. In pratica, è difficile che succeda, perché il quadro è ammaliante, da sindrome di Stendhal quasi. Il significato dell’opera dell’artista viennese è il trionfo della potenza vivificatrice dell’eros sulle differenze tra uomo e donna, che nel dipinto si fondono nell’oro. Che meraviglia! Non perdetelo, mi raccomando. Si trova all’Österreichische Galerie Belvedere, al primo piano. 

La Sacher Torte

Dopo aver assaggiato la Sacher torte a Trieste nel primo locale aperto in Italia da chi si vanta di possedere la ricetta originale,  il Caffè Sacher di Vienna, e aver dichiarato che non ne avrei mai mangiata un’altra in vita mia, ci ho ripensato. A questo punto, dato che sono sul posto, perché non provare la Sacher dei rivali? E così, eccomi a occupare un minitavolo da Demel, di solito strapieno di gente, ma basta scegliere un orario poco battuto per sedersi tranquillamente. Quindi, Caffè Sacher o Demel? Dipende dai gusti, per quanto mi riguarda dico Caffè Sacher. Anche per il particolare della panna, che servono solo su richiesta del cliente. Concordo, zuccheri non necessari, che rovinano il gusto ricco della torta.

Hundertwasserhaus

E’ un edificio particolare, nato come complesso di case popolari  nel 1986 per opera dell’architetto e artista Friedensreich Hundertwasser.  Le case sembrano formare un puzzle colorato, con forme ondulate e  rami che escono dalle finestre. La forma e i colori degli edifici invitano a pensare che è possibile cambiare il mondo. Nelle vicinanze, c’è anche un piccolo centro commerciale, realizzato nello stesso stile, oltre al Museo Hundertwasser, dove sono esposte le opere del creatore di questi palazzi. Vi dirò, non mi ha fatto impazzire: bella l’idea, ma probabilmente dell’originale destinazione non rimane nulla o quasi. Se qualcuno di voi ha più informazioni, che confermino o sconfessino questa mia sensazione, scrivete nei commenti.

I trasporti

Vienna è ben servita, credo che ci siano pochi dubbi in merito. Sono rimasta così poco che ho preferito girare a piedi per vedere il più possibile, ma Vienna ha una rete di tram eccezionale e per il turista vale la pena spostarsi con questo patrimonio dell’umanità. I collegamenti da e per l’aeroporto sono altrettanto comodi. All’andata, ho preso la metropolitana leggera; al ritorno, un pullman comodissimo che gira h24 e porta direttamente in aeroporto, a qualsiasi ora. Il pullman è stato la tappa finale della mia notte di passeggiate a Vienna, indimenticabile.

Dove alloggiare

Ho soggiornato nel quartiere degli artisti, perché lì ho trovato un albergo con buon rapporto prezzo-qualità, e ve lo consiglio. Il quartiere si chiama Spittelberg e si trova vicino al quartiere dei musei. Comodissimo, tranquillo e di recente tornato alla moda, con le sue botteghe artigiane e artistiche. Una nota di demerito la prende per il cibo, perché i posti consigliati non si sono rivelati all’altezza delle aspettative, ma sicuramente è stata sfortuna. Per mangiare vi consiglierei di spostarvi, o di mangiare in albergo direttamente.

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La torta margherita della libreria sulla collina

Ho scelto un nome poetico per questa torta margherita, che ho trovato dentro il libro La libreria sulla collina, di Alba Donati. Da qui, il nome. In realtà, da margherita è diventata svuotafrigo, perché io invidio sul serio quelli che “a occhio” tirano fuori capolavori. Io me la cavo meglio con tre avanzi e vediamo cosa esce. Ora vi farò vedere cos’è uscito stavolta.

La torta margherita della libreria sulla collina

Ieri sera dando un’occhiata al frigorifero e notando un eccesso di uova e burro mi sono lanciata in una torta margherita senza bilancia. Ho detto: se ce la faceva Colette posso farcela anch’io. E così tre uova, un po’ di zucchero, un po’ di farina, una bustina di lievito, un po’ di latte caldo con un po’ di burro fuso. Et voilà. Trenta minuti di forno ed è uscita una favola. E io e felice di aver saputo di cosa fosse fatto quell’”un po’”. L’un po’ di chi pesa senza bilancia è ciò che fa impazzire i critici, i filologi perché è pura invenzione, è una sillabazione innata che non puoi insegnare, catalogare, regolare. Un filo d’olio q.b. è la sconfitta accademica. E allora ben vengano i George Steiner, i Cesare Garboli, le Colette e le Virginia Woolf, le Elsa Morante e tutti quelli e quelle che sapevano che col filo d’olio si fa la letteratura.

Ingredienti

  1. uova, 2 medie
  2. zucchero, un po’ 
  3. farina, un po’
  4. lievito, una bustina 
  5. acqua calda, un po’ 
  6. yogurt alla fragola, 1 vasetto.

Procedimento

Ed eccomi qui, con gli ingredienti che ho a disposizione. Ho seri dubbi che se ce la faceva Colette possa farcela anch’io, ma ormai sono in ballo e ballerò. Ho mescolato le uova con lo zucchero fino a ridurle in crema, ho setacciato la farina insieme al lievito e le ho aggiunte al composto. Infine, il vasetto di yogurt e acqua calda, solo se necessaria a rendere il composto della giusta densità se vi sembra troppo compatto. La giusta densità, sempre a occhio, dovrebbe essere quando tirandolo su con il cucchiaio, la crema scende a nastro. Quindi, se non scende, acqua, se scende troppo velocemente, poca farina. Et voilà. Nella tortiera, che non ho potuto imburrare perché non avevo il burro ed era troppo grande per l’impasto, e subito in forno, scaldato in precedenza a 180°. Più o meno dopo 20 minuti potete aprire e fare la prova stcchino. Se esce asciutto, sfornate immediatamente.

Vi dirò: Colette la sapeva lunga. E’ venuta molto buona, molto morbida, molto profumosa di fragola, con una forma quasi tonda. Molto adatta a una bella merenda con libro in mano. Nel mio caso, due, vi dirò presto. Da rifare quando la vita stanca.

E voi, che tipi siete? Pesate tutti gli ingredienti col bilancino o, a volte, vi lasciate tentare dall’estro culinario? Scrivetemi nei commenti!

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Viaggio nei caffè letterari di Budapest

Ero già stata a Budapest anni fa, mentre studiavo, e mai avrei pensato, per N motivi, di farvi ritorno. E’ proprio vero che non bisognerebbe MAI dire MAI nella vita. Eccomi di nuovo qui a Budapest, a girare per una città profondamente cambiata. In meglio, da quello che posso vedere con gli occhi superficiali di un turista da weekend. Non vi racconterò il giro classico, un po’ perché non ho avuto il tempo materiale di farlo, un po’ perché vorrei lasciarvi qualche chicca da segnare se il vostro è un viaggio di più giorni, oppure se più semplicemente siete alla ricerca di qualcosa di diverso da chiese e monumenti (che comunque vi consiglio di visitare!). Questo è il mio secondo viaggio letterario, dopo quello in Inghilterra Sulle tracce delle grandi scrittrici. L’ho chiamato “Un caffè letterario a Budapest”. Come diceva Sándor Márai Non c’è letteratura senza un Caffè. Ed è lì che vorrei condurvi, alla scoperta dei caffè della capitale magiara in qualche modo collegati alla letteratura e agli scrittori. Con qualche incursione nel mondo delle principesse, dello street food e delle terme. Insomma, un melting pot, come sempre. Pronti? Partiamo, che il tempo fugge!

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Városliget

La Ruota del Tempo

La più grande clessidra d’Europa si trova in un parco di Budapest, Városliget, che si trova vicino a Piazza degli Eroi ed è considerato uno dei luoghi principali della città in cui rilassarsi. Il Timewheel è di otto metri di diametro, pesa 60 tonnellate, è costruito in vetro, acciaio e granito per durare nei secoli. E’ di fatto una gigantesca clessidra, che ha sostituito una statua di Lenin: la ruota contiene infatti 7 tonnellate di sabbia, che scende dall’alto verso il basso. Il 31 dicembre di ogni anno viene girata a mano per far ricominciare il deflusso. Anche se ha la forma di una clessidra e si chiama Ruota del Tempo, non ha la funzione di misurare il tempo che passa, ma di testimoniare la sua monumentalità e l’eterno movimento. Davanti, c’è un’iscrizione con una frase di Sant’Agostino: “cos’è il tempo. Se nessuno me lo chiede, lo so. Se devo spiegarlo, non lo so“. L’installazione è stata realizzata nel 2004, per supportare l’entrata dell’Ungheria nell’Unione Europea.

Castello Vajdahunyad

Oltre alla ruota, al centro del parco c’è il Castello Vajdahunyad, che come set fotografico non è male, soprattutto al tramonto. E’ in realtà un complesso di 21 edifici e diversi stili architettonici, costruito per ripercorrere la storia dell’architettura ungherese. Sembra un po’ il castello delle fiabe, con tanto di laghetto artificiale annesso. Considerando la centralità del parco, sicuramente vale una sosta, magari dopo aver visto i monumenti di Piazza degli Eroi o mentre andate/tornate dalle terme di Széchenyi, che sono sempre dentro il parco.

Terme di Széchenyi

Di queste terme vi ho già parlato in un altro post. Qui mi limiterò a sottolineare che non si può andar via da Budapest senza aver visitato almeno una volta le terme. Sono famosissime e c’è un motivo. Assolutamente non potete perderle.

Massolit bookstore & cafe

Un’insegna minuscola e una vetrina poco appariscente per un locale tutto da scoprire. Si trova nel quartiere ebraico e ha una clientela variegata: studenti con il pc o libri, giovani alternativi, mamme con bebè a passeggio e perfino professori che correggono tesi. Insomma, un’allegra confusione da godersi con calma. L’atmosfera è assolutamente informale, ci sono tavolini in legno, qualche poltrona e scaffali dove pescare libri usati, per leggerli o comprarli, con un giardinetto sul retro. A libri nuovi e usati si affianca una caffetteria semplice, con caffè macinato al momento, tè verde o nero, infusi, fette di torta, quiche o biscotti per accompagnare. Tu scegli il posto, ordini e i ragazzi al bancone chiamano quando è pronto per il ritiro. Io ho ordinato cappuccino e Zserbó, un dolce delle feste ungherese ripieno di marmellata, noci e zucchero e ricoperto di glassa al cioccolato. Tutto ottimo, nessuno ti mette fretta ed è un posto alternativo, con avventori curiosi che valgono da soli la sosta. Il locale ha anche una tessera per il coworking, se abitassi a Budapest non mi dispiacerebbe affatto scrivere al Massolit. Non potevo, ovviamente, uscire senza un libro in mano: ho scelto My Sergei, un ricordo del marito scomparso scritto dalla famosa pattinatrice russa Ekaterina Gordeeva.

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New York Cafè

Purtroppo quando sono arrivata davanti alla vetrina, ho trovato una fila infinita. Nonché prezzi altissimi per Budapest. I due fattori combinati mi hanno fatto desistere, però c’è da dire che il New York Café fa parte da sempre dell’anima di Budapest. All’inizio del XX secolo si chiamava New York Kávéház ed era frequentatissimo da artisti, scrittori ed editori, anche perché ai piani soprastanti c’erano le redazioni dei giornali più influenti dell’epoca. Si dice che Ferenc Molnár, I Ragazzi della Via Paal vi dice qualcosa?, abbia gettato le sue chiavi nel Danubio, per essere sicuro che non chiudesse mai. E avrebbe scritto proprio su uno dei tavoli del NY Cafè il suo leggendario romanzo. Favola o verità? Chissà. Fatto sta che a un certo punto è stato costretto a chiudere. Dopo la seconda guerra mondiale, cadde in rovina e diventò un negozio di articoli sportivi. Riaprì poi nel 1954, con il nome di Hungária, ma solo nel 2006 è stato riportato al suo splendore originale. Oggi fa parte di un albergo, il New York Palace, e serve dolci e piatti tradizionali. Se avete voglia di una pausa elegantissima, è il posto giusto per voi. 

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Café Párisi (ex Book Cafe Lotz Terem) 

Questo è un locale spettacoloso, che purtroppo io ho trovato chiuso per restauro, ma in cui vi consiglio di avventurarvi perché dopo la ristrutturazione, e varie vicende societarie, ha riaperto ed è molto affascinante, con uno stile legato alla Belle-Époque, affreschi delpittore ungherese Károly Lotz, specchi enormi e oro ovunque. Tra l’altro, si trova nella via principale dei negozi, Andrassy Ut, quindi non faticherete a trovarlo. Ora ha riaperto con il nome di Café Párisi, come l’ex grande magazzino che portava lo stesso nome. Nel XIX secolo il caffè nasce come casinò, che nel 1911 viene trasformato nel grande magazzino “Art Nouveau di Parigi”, il primo centro commerciale della città. Ancora oggi, sull’insegna sulla facciata sotto la quale si entra nell’edificio si legge Párisi Nagy Áruház (“Grandi Magazzini di Parigi”). Nella parentesi book cafè, l’edificio al piano superiore ospitava la libreria Alexandra. 

Buda e il bar di Sissi

A Sissi e al caffè in cui andava a rifugiarsi, il Ruszwurm, ho dedicato un post a parte.

Ospedale nella roccia

Questa è una tappa che ovviamente non c’entra nulla con caffè e letteratura, però se cercate un indirizzo che esula dal classico giro turistico di Budapest, questo posto fa per voi. L’ospedale nella roccia si trova nelle grotte sottostanti il Castello di Buda, quindi dopo aver preso un caffè nel bar di Sissi, potete proseguire fin qui. L’ospedale ha avuto un ruolo importante per Budapest: inizialmente come struttura di pronto intervento sia nella seconda guerra mondiale sia in occasione della rivoluzione del 1956. Nel periodo della guerra fredda, è diventato un rifugio antiatomico e la struttura è stata mantenuta segreta fino al 2002. Entrando nel museo, ho potuto visitare i veri alloggi di fortuna in cui medici, infermieri e volontari, senza sosta cercavano di aiutare i feriti, con una ricostruzione realistica, e anche in qualche modo impressionante, delle difficoltà con cui dovevano arrangiarsi sia loro sia i pazienti. La fondazione che lo gestisce dal 2015 è indipendente e ha aperto il museo con lo scopo di dimostrare che “anche in guerra e in dittatura si può scegliere di comportarsi da persone, scegliendo il bene. I veri eroi sono quelli che restituiscono la vita, non quelli che la tolgono”. Emozionante, da vedere. 

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Caffè Gerbeaud

Se Ruszwurm rappresentava il rifugio solitario di Sissi, il Gerbeaud era il caffè ufficiale delle visite con il marito. L’ambiente rococò, elegantissimo, e la posizione super centrale ne facevano un punto di ritrovo dell’élite cittadina e straniera. E anche oggi, con prezzi non proprio abbordabili, è un indirizzo da considerare se volete concedervi uno stravizio, in tutti i sensi. Io ho ordinato, infatti, una selezione delle torte classiche più famose servite dalla pasticceria: la Dobos torte, inventata dal pasticcere ungherese J. Dobos, con ricetta rimasta segreta fino al suo ritiro dall’attività. La torta è composta da 6 strati di pan di spagna e 5 strati di crema di cioccolato e burro, con un topping al caramello. La Eszterházy torte, che prende il nome da una casata nobiliare, composta da crema al burro aromatizzata con cognac e spalmata su quattro strati di pasta di meringa e mandorle grattugiate. La torta è ricoperta da una glassa fondente e decorata con un caratteristico motivo a strisce di cioccolato. E come farmi mancare la Gerbeaud torte? Una cosetta leggera: sei strati di pan di Spagna, su cui viene spalmata una crema di cioccolato e burro, con la cima ricoperta da uno strato sottile di caramello. Il bordo è ricoperto di nocciole macinate, castagne, noci o mandorle. Talmente mediocri che la foto è stata scattata appena in tempo, prima di spazzolare anche il piatto! 😀 Dopo questo tris, una sosta alle terme direi che è d’obbligo

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Il Szimpla Kert e i Ruin pub

Anche qui siamo lontani dalla letteratura, però un po’ di svago ci vuole. I ruin pub, o ruin bars come vengono anche chiamati, sono un must prima di lasciare Budapest. La cosa migliore, sempre se avete tempo, sarebbe girarne diversi, magari nella stessa notte. Io sono stata in uno dei più conosciuti dagli stranieri, ma forse non il più “sincero”,  il Szimpla Kert. Purtroppo non ho avuto tempo di vederne altri, ma qui trovate l’elenco completo, così potete farvi un’idea e una mappa ideale del giro a seconda di cosa vi ispira di più. Poi fatemi sapere nei commenti quali avete scelto e se vale la pena, così la prossima volta a Budapest ci andrò! 

Street Food Karaván

In Ungheria lo chiamano “la mecca dello street food” e la definizione mi sembra azzeccata. Attaccato a Szimpla, è uno spazio all’aperto dove sono posteggiati numerosi camion servono street food take away o  da consumare sul posto in uno dei tanti tavolacci di legno. C’è veramente di tutto, piatti tradizionali, internazionali e vegetariani, la scelta non manca. Io ho preso un dolce super, super buono, il kürtoskalács. Un dolce tipico ungherese conosciuto anche come “chimney cake”, “torta camino”, per la sua forma. Intanto, te lo preparano sul momento, quindi è divertente seguire il procedimento. Stendono la pasta fino a farla diventare una sfoglia sottile, poi l’allungano fino a farla diventare un cordone lunghissimo, che avvolgono su un apposito mattarello. L’appiattiscono per unire i filamenti e passano questa spirale cilindrica nello zucchero, che rimane attaccato. Poi, lo cuociono sulla brace e, caldissimo, lo passano velocemente su cannella, o cacao, cocco, vaniglia, a scelta del fortunato che lo mangerà. Lo lasciano riposare un minuto, il tempo di riuscire a staccarlo dalla forma, et voilà, una robina deliziosa e caldissima scivola nelle tue mani. Mi raccomando, non perdetevelo, sarebbe un peccato. 

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Caffè central

Il Caffè Central era un altro dei ritrovi culturali della capitale, frequentato da scrittori, poeti e intellettuali per tutto il diciannovesimo e ventesimo secolo. Ed è stata l’ultima tappa prima di tornare a casa. Dopo varie vicissitudini, alla fine posso dire che le sorti dei Caffè fanno toccare con mano quale disastro sia stata la guerra per l’Ungheria, è stato ristrutturato nel 2000 assumendo l’aspetto che ha ancora oggi. Devo dire che mi è piaciuto molto bere qui il mio tè con pasticcini finale e partecipare al giochino del sottopiatto di carta. Scrivi la tua poesia usando queste parole e, accanto, uno cornice dentro cui sbizzarrirsi. La mia poesia è questa, che ve ne pare?  

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Dove mangiare a Budapest?

Se siete arrivati a leggere fin qui, avete diritto a un premio. Dove mangiare a Budapest? Vi lascio quest’indirizzo, fidatevi e prenotate per tempo, che è sempre pieno: Hungaricum Bisztró. Il locale è delizioso, il personale è gentile e il cibo molto buono. Il grande valore aggiunto, secondo me, è il suonatore di cimbalom, uno strumento musicale suonato in Ungheria, che ha reso l’atmosfera ancora più gradevole. A fine serata, per ringraziare il suonatore ho comprato il cd. La cena è iniziata con pane e panna acida con paprika e finita con palinka, liquore tipico, entrambi offerti dalla casa. Il menù è tradotto anche in italiano, quindi non avrete problemi.

Che ne dite? Vi ho convinto a partire per un weekend di relax totale a Budapest? 

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Cornish cream tea

In Cornovaglia il rito del tè è una cosa seria, serissima. Non è difficile da comprendere, in una regione dove il freddo penetra nelle ossa e più o meno alle 17, 18 massimo in estate, tutti gli esercizi commerciali chiudono.
Il Cornish cream tea è un’istituzione; è la prima specialità dopo il cornish pasty che il turista assaggia ed è una vera e propria coccola, o auto indulgenza come la chiamano loro.
Il tè, preparato considerando una quantità di almeno due tazze per ogni ospite, arriva in tavola accompagnato da morbidi scones torreggianti, un coltello, e due farciture, clotted cream e marmellata, usualmente di fragole o mirtilli.
Il commensale prende il coltello, divide in due lo scone e, su ogni metà, spalma uno strato di marmellata e uno di clotted cream. In Cornovaglia l’ordine delle creme è rigorosamente questo. Altrimenti, se fate il contrario, state optando per il Devon tea.
Fate attenzione, perché tra Cornovaglia e Devon la guerra sulla paternità di questa delizia è ancora in corso e potrebbero non perdonarvi l’errore. La prima battaglia è stata vinta proprio dalla Cornovaglia, perché a ricevere il bollino DOP dell’Unione Europea è stata proprio la Cornish Clotted Cream DOP, una crema cotta derivante dal latte di mucca non pastorizzato e con almeno il 55% di grassi. Ora capite perché si tratta di auto indulgenza? 🙂

Ingredienti per 8 scones:

  • farina 00, 115 gr. Io Molino Gatti
  • sale, un pizzico
  • bicarbonato, la punta di un cucchiaio
  • scorza grattugiata di un limone
  • zucchero, 1 cucchiaio raso
  • burro, 50 gr
  • lievito madre (anche non rinfrescato), 240 gr
  • latte, 3 cucchiai

Procedimento:

Scaldate il forno a 200°. In una ciotola capiente, mettete farina, sale, bicarbonato, scorza di limone grattugiata, zucchero e amalgamate gli ingredienti con un cucchiaio. Tagliate a dadini il burro freddo di frigorifero e aggiungetelo al resto con la punta delle dita, velocemente, senza scaldare la pasta per evitare che il burro si sciolga. Deve risultare un composto sbriciolato, come un crumble. A questo punto, aggiungete il lievito madre ( o di birra, usate le tabelle di conversione) e il latte. Impastate leggermente, giusto il tempo di rendere il tutto omogeneo. Rovesciate il composto sulla spianatoia e dividetelo in otto pezzi della stessa grandezza. Procedete poi con la formatura, a torretta tonda. Lasciateli riposare per circa un’ora su una teglia. Se avete gli stampini a forma di cono usateli, cresceranno in altezza e non in larghezza come i miei. Se non avete nulla non importa, verranno bene lo stesso. Subito prima di informare, spennellateli con latte o con un uovo sbattuto se li preferite più coloriti. Infornate gli scones finché non diventano dorati. Ci vorranno circa 15-20 minuti, non di più. Appena sfornati, avvolgeteli in un telo, così non induriranno. In ogni caso consumateli appena si freddano, perché inevitabilmente tenderanno a indurirsi con il passare dei giorni. Anche se, in confidenza, non ho potuto testare questa eventualità perché sono stati spazzolati appena usciti dal forno!

Farcitura:

Il cornish cream tea viene servito con due tazze di tè per commensale, gli scones, due ciotole stracolme di clotted cream e marmellata. Ogni ospite taglia a metà uno scone e lo farcisce con marmellata, preferibilmente di fragole o mirtilli fatta in casa, e clotted cream, rigorosamente in quest’ordine, in modo che la crema sia visibile. Quest’ultima è di difficile reperibilità in Italia, e anche di complicata realizzazione in casa, quindi per semplificarvi la vita potete sostituirla con panna, burro o mascarpone se vi piace.

Ah! Quasi dimenticavo la parte più importante della ricetta. Prendetevi tutto, tutto il tempo che volete per lasciare il mondo fuori e gustarvi un sano momento di chiacchiere con i vostri amici o per flirtare con il partner.

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Lo strano caso della scrittrice uccisa a mezzanotte. Dal panettone

Panettone. Pazza idea. Magari, di far l’amore con lui. Macché, sono invitata a un evento, “Panettonatando in compagnia”. Divertente!, pensa la stolta, che fino a quel momento si era limitata a leggere le ricette online, un po’ tentata, tanto scoraggiata. Eh sì, perché la maggior parte inizia, finisce o contiene in mezzo “se sbagliate, non vi verrà”, “se non amalgamate non lieviterà”, “se non azzeccate la temperatura del forno, non cuocerà”, “se non buttate sangue, non s’incorderà”. Insomma, una catastrofe su tutta la linea.

Forse, pensa sempre la stolta, se affronto la prova in gruppo andrà bene. Forse, la fanno difficile, ma in realtà bisogna solo cimentarsi, come tutte le cose. Forse, dopo kg e kg di pane e l’aiuto della mia preziosa mother, posso farcela.

Ok, gli ingredienti ci sono, iniziamo. Che sarà mai?

Ora, lungi da me darvi la ricetta o il procedimento del panettone, non sono narcisista fino a questo punto. Vi rimando alle bravissime amiche di Breadheart, che hanno creato l’evento su facebook e che con tanta pazienza hanno risposto alle domande più assurde per tutto il fine settimana di Panettonatando, e anche oltre, seguendo la ricetta Morandin.

Mi limito a dare qualche suggerimento per chi voglia comunque affrontare la prova. Così, tanto perché sappiate a cosa andate incontro:

  1. se decidete di affrontarla, sappiate che dovrete chiudervi in casa per tre giorni e che praticamente non potrete fare altro. Fidatevi;
  2. non prendete appuntamenti se avete deciso di panettonare (vedi punto 1);
  3. gli ingredienti, sono una delle cose più importanti. Non lesinate sulla materia prima: altrimenti, consiglio di cuore un panettone industriale;
  4. mother dovrà affrontare un super lavoro. Preparatela, parlatele, coccolatela. Vi seguirà nella pazzia, anche se riottosa;
  5. vi diranno che impastare a mano è impossibile, che serve l’impastatrice, che perderai l’uso delle braccia. Sono la dimostrazione vivente che non solo impastare a mano è possibile, ma anche che mesi e mesi di palestra non valgono tre giorni di olio di gomito;
  6. anche se impastare con olio di gomito è meglio che andare in palestra, allenare le braccia prima di iniziare non è una cattiva idea;
  7. la preparazione. Come in tutte le attività, sportive, di studio, o lavorative, la preparazione è fondamentale. Dopo aver acquistato ottimi ingredienti (vedi punto 3), è importante pesare tutti gli ingredienti e suddividerli in ciotole. Io non l’ho fatto, e mi sono dannata per questo;
  8. i tempi. Calcolate bene quando iniziare, altrimenti farete tante belle nottate in bianco, scrutando la pasta che lievita o il pirottino nel forno;
  9. preparatevi comunque a passare notti in bianco (vedi punto 8). Lasciate spazio all’imprevisto, perché può accadere che mother non lieviti nei tempi standard. Anzi, è probabile che non ne voglia proprio sapere. Consiglio che vale anche nella vita, in generale;
  10. il termometro a sonda. “Misurate la temperatura al cuore del panettone, deve raggiungere 94°”. Perfetto. Oh, cavolo, il termometro a sonda mi manca. Come posso fare? Don’t worry, il caro vecchio e antiquato metodo “infilo lo spiedino e se esce asciutto è pronto” vi verrà in soccorso.

E ora veniamo alle note dolenti. Il mio panettone è uscito così, fragrante, morbido e gustosissimo, ma un po’ bassino. Si è rifiutato di vedere il mondo da una cupola ed è rimasto nell’oblò del pirottino.

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Io lo amo così com’è e non vedo l’ora di condividerlo. Eh sì, perché mancano ancora tre punti all’elenco:

  1. o 11. la lentezza. E’ un valore assoluto. Permette di comprendere, assaporare, sentire. Anche se il dolce non dovesse riuscire, il tempo speso per te stesso e per le persone a cui vuoi bene non sarà mai tempo perso;
  2. o 12. sembra che la sua origine possa essere rintracciata nell’usanza di preparare pane dolce e condividerlo con tutti i commensali durante le feste. Credo che sia il modo migliore per gustarlo;
  3. o 13. secondo me sarebbe meglio preparare il panettone in gruppo. Mentre impastavo, mi sembrava quasi di vederle, le donne del passato, fiere, forti e vigorose, che ciarlando in allegria si scambiavano i ruoli e a turno affrontavano l’epica fatica. Che ai loro tempi, forse, era niente rispetto alla fatica di vivere.

E voi? Vi siete cimentati o pensate di cimentarvi nell’impresa?