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I valori che contano – Diego De Silva

De Silva e I valori che contano. Sottotitolo: avrei preferito non scoprirli. E siamo così giunti al penultimo capitolo della serie, almeno per ora. I valori che contano è il quinto volume della saga Malinconico di Diego De Silva. Stavolta, il nostro avvocato deve affrontare più di un problema, uno più serio dell’altro. Uno, forse si è innamorato. Due, ha un sindaco alle calcagna. Tre, un ospite indesiderato da cacciare. La sua proverbiale ironia, lo salverà? Venite che vi racconto.

Trama

Se non vi è mai successo di nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata in un bordello al quarto piano del vostro palazzo, non siete il tipo di persona a cui capitano queste cose. Malinconico, oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande, dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso. Perché ai personaggi capita quello che capita alle persone. E quando diventano di famiglia, di libro in libro li vediamo innamorarsi, nascondersi, combattere, ridere, ammalarsi: vivere, in una parola.

Per fortuna l’abbiamo scoperto

Finalmente in questo volume tornano protagonisti Malinconico e le sue bizzarre vicende.  Come vi avevo raccontato, sembrava quasi che De Silva non avesse più niente da dire e che usasse Vincenzo per parlare in realtà con e di se stesso. Invece, l’avvocato d’insuccesso a farsi mettere da parte non ci pensa proprio. d’altra parte, alcuni personaggi vivono di vita propria, soprattutto se hanno successo anche in televisione.

I valori quanto contano?

In questo episodio, l’avvocato deve affrontare dei problemi grandi, sia sul lavoro sia a livello personale. Ed è in questi casi che esce fuori quello che hai costruito. Il nostro avrà tanti difetti, ma è di buon cuore e non faticherà a trovare conferma dell’amore che lo circonda. il problema, però,  è sempre lo stesso. Vi chiedo e mi chiedo: possibile che uno aspetti sempre i momenti no per capire cosa conti davvero nella vita? Chissà se nella sesta uscita Diego De Silva mi darà una risposta. L’unica cosa che so, è che non ci sarà il personaggio che qui mi ha lasciato qualcosa sul serio e che quietamente lascia il campo. Voi, intanto, potete rispondermi quando volete nei commenti 🙂

Voi avete letto questa serie? Che ne pensate? Quale dei libri vi è piaciuto di più?

Serie di Vincenzo Malinconico in ordine

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Terapia di coppia per amanti – Diego De Silva

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Durian Sukegawa e Le ricette della signora Tokue contro i pregiudizi

Di Durian Sukegawa è uscito da poco l’ultimo romanzo, Il sogno di Riōsuke. Io, in proverbiale ritardo sulle letture, ho recuperato il suo successo inaspettato, Le ricette della signora Tokue. Mi aspettava su uno scaffale della biblioteca di quartiere, in cui sono tornata per la prima volta dopo le chiusure e gli ingressi contingentati dell’era Covid. Ho ritrovato un ambiente familiare, addetti desiderosi di parlare di libri con i (pochi) avventori e quella mania dei libri di attaccarsi alle mani come calamite. Detto fatto, ho portato a casa la signora Tokue e i suoi dorayaki e Yoga, di Emmanuel Carrère, di cui vi parlerò a seguire. Intanto, infiliamoci per un attimo nella tenerezza di questa piccola e anziana donna giapponese, vi va?

Trama 

Sentaro è un uomo di mezza età, ombroso e solitario. Pasticciere senza vocazione, è costretto a lavorare da Doraharu, una piccola bottega di dolciumi nei sobborghi di Tokyo, per ripagare un debito contratto anni prima con il proprietario. Da mattina a sera Sentaro confeziona dorayaki e li serve a una clientela composta principalmente da studentesse chiassose che si ritrovano lì dopo la scuola. Il pasticciere infelice lavora solo il minimo indispensabile: appena può abbassa la saracinesca e affoga i suoi dispiaceri nel sakè, contando i giorni che lo separano dal momento in cui salderà il suo debito e riacquisterà la libertà. Finché all’improvviso tutto cambia: sotto il ciliegio in fiore davanti a Doraharu compare un’anziana signora dai capelli bianchi e dalle mani nodose e deformi. La settantaseienne Tokue si offre come aiuto pasticciera a fronte di una paga ridicola. Inizialmente riluttante, Sentaro si convince ad assumerla dopo aver assaggiato la sua confettura an. Sublime. Nel giro di poco tempo, le vendite raddoppiano e Doraharu vive la stagione più gloriosa che Sentaro ricordi. Ma qual è la ricetta segreta della signora Tokue?

Amore

La ricetta della signora Tokue è semplice: amore. Forse non più così semplice, in un mondo che va sempre più di corsa verso il baratro e lascia indietro le categorie non gradite: i fragili, gli anziani, in generale le persone che non si uniformano a uno standard di vita preconfezionato. Queste anime diverse, però, a volte si incontrano e danno vita a questo sentimento di cui molti hanno paura: amore. Amore contro la violenza, la segregazione, la vita ai margini. Anime che esprimono gratitudine, nonostante tutto. E’ così che Durian Sukegawa descrive l’atmosfera che permea il romanzo, a partire dalla preparazione dell’an, il ripieno di fagioli rossi del dorayaki. 

E gratitudine 

L’an è fatto di piccoli fagioli rossi. Nella realtà un fagiolo sarebbe semplicemente un fagiolo. Ma nella bollitura sono implicite infinite possibilità di moltiplicazioni in termini di peso e forma. Quando noi abbiamo a che fare con dei fagioli da cuocere, dobbiamo porgere i nostri rispetti a tutto l’universo che è presente in un singolo fagiolo. Questa mentalità porta a una reale gratitudine per gli ingredienti che compongono una pietanza”. Così Durian Sukegawa parla della salsa che dà inizio alla storia. La signora Tokue la prepara prestando attenzione al singolo fagiolo. Un atteggiamento quasi incomprensibile per noi occidentali, ma che smuove qualcosa nell’ex galeotto Sentaro. Il quale fino a questo incontro con l’anziana signora aveva una sola religione, la bottiglia, e tanti debiti. Anche la signora Tokue ha avuto una vita difficile e tanti problemi di salute, ma questo non le ha impedito di cogliere il bello di un’esistenza trascorsa ai margini

Ricordi dolciamari

Una storia semplice, una fiaba con finale agrodolce, una ricetta da tramandare e un piatto che scatena ricordi dolciamariDurian Sukegawa, con le sue lauree in filosofia orientale e pasticceria giapponese (sì, esiste anche questa laurea) è riuscito a lasciare un’impronta lieve nella mia anima di lettrice. Saranno diversi i nostri ingredienti e i piatti, ma il sentimento è lo stesso. E poi, di contorno ma non troppo, Durian Sukegawa ci racconta di questa pagina nera della storia giapponese, la segregazione dei lebbrosi nei sanatori anche dopo la guarigione dalla malattia. Retaggi del passato? Un passato più recente di quanto pensassi e, comunque, con un monito sempre in agguato: la diversità fa paura a chi non sa aprirsi a ciò che gli altri hanno da dire. 

“Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi”.

E per voi? Qual è il piatto che vi scatena ricordi dolciamari?

Curiosità

Dal libro è stato tratto un film, An, per la regia di Naomi Kawase, presentato al festival di Cannes e al Toronto film festival nel 2015.

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