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Katherine Mansfield, quanti cetrioli ingoiano le donne!

Un racconto di Katherine Mansfield, A dill pickle, un cetriolo sottaceto, che ho ascoltato con il programma di RaiPlayRadio, Ad alta voce.

Trama

Un uomo e una donna si incontrano per caso in un caffè dopo sei anni dalla fine della loro storia. La conversazione, come è naturale, torna ai tempi passati, ai rimpianti e alle recriminazioni che una relazione finita trascina con sé. Ma sotto le ceneri, cova anche un sottile filo psicologico che lega i due, un rapporto di oppressione/sottomissione che piano piano si fa strada in una discussione apparentemente tranquilla. 

Un non luogo. Un non uomo 

Un uomo e una donna che si rivedono casualmente dopo anni. Non sappiamo quanti anni abbiano, ma il fatto che accennino al passare degli anni e a un corpo “che ha sempre più freddo” fanno pensare che non siano giovanissimi. Di lei Katherine Mansfield ci dice il nome, Vera. Quello dell’uomo, non viene mai nominato. Non sappiamo neanche dove siano, probabilmente a Londra, considerando il bricco di crema e la frutta che vengono serviti. Il luogo è un non luogo, potrebbero essere ovunque, e l’uomo è un non uomo, potrebbe essere chiunque.

Un cetriolo sottaceto

Quello che conta è l’atmosfera che Katherine Mansfield riesce a creare in una manciata di pagine. Vera sembra avvolta in un limbo romantico, ma tutto ciò che ricorda del passato sembra spiacevole, particolari che contrastano con l’immagine che l’uomo vuole dare di sé. Un’immagine che s’infrange anch’essa sui particolari: l’uomo non ricorda un cane, eppure dovrebbe, parla della Russia come se non avesse compreso le complesse vicende politiche in cui era immersa all’epoca, siamo nel 1917 quando viene pubblicato il racconto. Interrompe Vera regolarmente, non l’ascolta. Ha un rapporto meschino col denaro, nonostante sia evidentemente benestante. Il cetriolo sottaceto, il “dill pickle” del titolo, è il sapore acido che Vera deve ingoiare. Che le donne devono ingoiare. Non mi spingo oltre nella metafora, ognuno si crei un suo libero pensiero su quello che Katherine Mansfield volesse sottintendere. 

Vera alzerà il velo?

E in tutto questo, Vera come agirà? Vera è una donna che si semplificherebbe la vita se in lui trovasse più lati positivi che negativi. Per questo per un attimo alza il velo. Lo lascerà alzato? Vi invito all’ascolto, così potrete saperlo. L’audio di Ad alta voce dura in tutto venti minuti, il tempo di lavare i piatti.

In copertinaFederico Zandomeneghi, Coppia al caffè, 1885 circa 

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Una vita – Guy de Maupassant

270px-La_Parure_-_Gil_Blas Una vita (titolo originale Une vie) è il primo romanzo di Guy de Maupassant, comparso originariamente come romanzo d’appendice nel 1883 sul quotidiano Gil Blas. Dopo aver finito La metà di niente, dove Rose era alle prese con il divorzio dal marito Ben, riprendere questo libro già iniziato è venuto naturale.

Trama

Jeanne è una giovane aristocratica, che dopo essere stata educata nel collegio religioso del Sacro Cuore fino all’età di 17 anni, nel 1819 va a vivere nella residenza di famiglia “I pioppi” vicino alla località normanna di Yport: qui vive giorni felici carichi di sogni e di aspettative per il futuro. Dopo solo tre mesi di fidanzamento va in sposa al visconte Julien de Lamare. Appena tornati dal viaggio di nozze in Corsica, così carico di romanticismo e di passione, la sua vita reale prende inaspettatamente una piega ben più triste. Il marito si rivela ben presto per quello che è realmente, un uomo avido ed egoista, meschino e del tutto indifferente alla vita coniugale. Giovanna scopre poco dopo cosa si cela dietro tanta freddezza…

Uno spaccato del mondo femminile ottocentesco

E’ il primo romanzo di Guy De Maupassant che leggo e il primo che lui abbia scritto. La storia è piuttosto semplice, non ci sono grandi sussulti se non nel modo cruento in cui i due amanti “nobili” vengono eliminati. All’amante domestica di casa, invece, lo scrittore riserva un trattamento più umano, forse perché del popolo, e all’epoca le donne del popolo non avevano grandi scelte se non sottostare ai voleri dei padroni, qualunque essi fossero. Guy de Maupassant, però, ci offre uno spaccato del mondo femminile dell’800. La protagonista esce a diciassette anni dal convento con idee romantiche e illusorie sulla vita. I genitori, benestanti e senza grandi pretese, si limitano a viziarla, protetti e felici nel loro piccolo mondo popolato di personaggi tipici: il prete, il sindaco, i vicini aristocratici, la servitù.

Nulla di più, nulla da chiedere, nulla da raggiungere

A Giovanna (ho letto un’edizione italiana molto datata del romanzo di Guy de Maupassant, dove i nomi stranieri sono stati tutti tradotti) viene spontaneo e naturale adeguarsi senza nulla pretendere, senza nulla dare, come una qualsiasi figlia coccolata e adorata sente di poter fare. Appena si avvicina un pretendente, tutta la famiglia è concorde nell’accoglierlo in casa come uno di loro. Peccato che l’uomo sia preda dei vizi e che cerchi solo una moglie facoltosa per sistemarsi. Quando lo capisce, Giovanna abbozza un rifiuto, vorrebbe cacciarlo via, ma in pochi giorni e con laconiche parole viene ricondotta alla ragione. D’altra parte, quale uomo non ha mai tradito la moglie? E quale donna non ha mai trovato un uomo vero che riaccendesse la passione sopita?

Tutto è sempre uguale 

La famiglia non è certo il luogo dove si sfogano gli istinti, piuttosto un porto sicuro riconosciuto dalla comunità. Anche la campagna sembra immersa nel sonno. Tutto è sempre uguale, le stagioni si susseguono senza sorprese, la primavera torna sempre puntuale. Non a caso, gli unici atti di passione colgono i coniugi nella mia amatissima e selvaggia Corsica. Giovanna non cede al ricatto di cercare la felicità fuori dal matrimonio, ma aver aperto gli occhi non basta. Rimane supina, senza volontà, senza capacità di diventare davvero una donna, una madre, una figlia. E’ un fantoccio, in balìa degli eventi e delle persone manipolatorie che la circondano.

Non è finita finché non è finita

Finché, a salvare questa disperata, non arriva un’altra donna. Anzi, torna un’altra donna. Rosalia, la sua sorella di latte, la donna del popolo che tanto l’aveva fatta soffrire e a cui eppure lei vuole ancora bene. Sua sorella, la sua amica, se amica può essere chiamata una persona alle proprie dipendenze, prende in mano le redini e riconduce Giovanna a una parvenza di felicità. Sì, quella felicità che sembrava smarrita per sempre, accanto a una persona forte Giovanna sente di poterla di nuovo riacciuffare. Perché Rosalia possiede la saggezza del popolo e lei lo sa bene, come diceva qualcuno, che non è finita finché non è finita.

p.s. la foto in copertina è mia, scattata durante un fantastico viaggio in Corsica. 

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