Emily Brontë e i suoi personaggi tempestosi

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Continua nel Book Club la nostra lettura di Cime tempestose di Emily Brontë. La settimana scorsa abbiamo parlato dell’ambientazione e ci siamo soffermati sulle case, che nel nostro immaginario erano diverse negli esterni, ma identiche all’interno. Abbiamo visto, infatti, che la scrittrice si è ispirata a una dimora del 1500 realmente esistente, Ponden Hall a Sansbury, nello Yorkshire. Ora, proseguiamo la lettura concentrandoci sui personaggi. 

Partiamo da una domanda 

Per la lettura di questa settimana, mi piacerebbe partire da una domanda che ha posto Anna, una delle lettrici del book club, nei commenti: Ciò che mi ha incuriosito è che, in un qualche modo, chi ha abitato in quella casa se n’è andato. Ma chiunque abbia abitato quella casa, è comunque tornato e non è riuscito ad abbandonarla definitivamente, nemmeno le persone più umili della servitù. Cosa le ha tenute tutte così tenacemente unite? E per quale motivo? 

Ecco, inizierei proprio a rispondere a questa domanda: cosa c’è nella casa, e nello spirito del luogo, che tiene le persone imprigionate dentro le mura? Chi vuole rispondere? Prima, però, vi lascio un albero genealogico utile per collocare i rapporti tra le persone.

L’albero genealogico e i personaggi 

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Fonte: Wikipedia

Come potete vedere nello schema, i personaggi principali appartengono a due famiglie, gli Earnshaw e i Linton, che finiranno per intrecciare i loro destini in modo indissolubile. Intorno a loro, ruota il personale di servizio:

  • Ellen “Nelly” Dean, la governante sia di Thrushcross Grange sia di Cime tempestose e principale narratrice della vicenda;
  • Joseph, l’anziano domestico di Wuthering Heights;
  • Mr. Kennet, Il medico locale.

In più, c’è l’altro narratore dei fatti, Mr. Lockwood, affittuario di Thrushcross Grange, che chiede a Nelly di raccontargli la storia di Heathcliff.

Mi sembra che gli elementi ci siano tutti. Vi aspetto durante la settimana per raccontarvi qualche curiosità su Cime tempestose e la sua scrittrice, Emily Brontë. Intanto, commentate liberamente sotto questo post tutte le vostre impressioni. A presto!

Leggi anche: 

Cime tempestose, un paradiso del perfetto misantropo

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7 commenti

  1. Mi mancano ancora un centinaio di pagine, quindi quello che sto per scrivere è solo un pensiero, che mi è arrivato chiaro davanti agli occhi proprio oggi ed è questo. Cime tempestose non è una storia d’amore né la storia di un amore malato. Per me è un racconto di solitudine e isolamento. Chaterine, Linton, Cathy, Edgard, Harethon…tutti loro hanno vissuto in solitudine, senza alcuno scambio che non fosse con un membro della famiglia. al punto che anche l’amore stesso nasce e muore sempre all’interno dello stesso cerchio. Questa solitudine amplifica ogni sentimento, perché rimbomba nel vuoto: gli scatti d’ira di Catherine, le bizze del carattere di Cathy, la fragilità di Heathciff Linton, la rabbia e l’alcolismo di Hindley.

    Una frase spiega meglio il mio pensiero: “(Hareton) del tutto incapace di farsi giustizia da sé, per mancanza di amici e perché ignaro del male che gli è stato fatto”.

    Ecco perché tutti tornano a Cime Tempestose…perché non se ne sono mai andati. Tutti, tranne uno: Heatcliff.
    Su di lui mi riservo ancora l’opinione.

    1. @Anna, una riflessione molto profonda la tua, quella che si dice una lettura critica attenta. Complimenti! Ti aspetto all’ultimo post per completare con Heathcliff…bisognerà attendere la parola Fine per capirlo…

  2. Non ridete di me, ma io mi aspetto qualche “trappola” da questo libro. Sono sincera nel dire che l’ho letto, finora, con lo stesso atteggiamento di chi ascolta un bugiardo mentre racconta la sua verità. Mi immagino, cioè, che ci sia sempre, ancora, qualcosa che possa emergere, qualcosa di “non ancora raccontato”.
    Il tema della violenza sulle donne no, non lo riconosco proprio; violento sì, in alcuni gesti, ma ancor più nei sentimenti.
    Mi prendo ancora qualche giorno…

  3. E proprio di anime parliamo. Anime inquiete, che vagano nella brughiera. “Sarei ancora me stessa, se fossi sola in mezzo all’erica, su quelle colline”, dice Catherine. Una solitudine che non ha scelto, però, ma che è più una fuga dalle scelte che non ha avuto il coraggio di fare. Scelta che Heathcliff ha il coraggio di compiere, ma che poi rinnega. Gli altri, sono uomini e donne di campagna, avvezzi alla fatica e molto poco ai contatti sociali. Educati, questo sì, ma non tanto da prendere in mano la propria vita. Ecco che questa rocca diventa il luogo in cui nascondersi e affogare i dispiaceri. Nessuno di loro è felice, eppure non si allontanano. Chi lo fa, lo fa perché spinto dalla sua diversità e dalla non accettazione degli altri. Chi è Heathcliff? Neanche lui lo sa, ma le fattezze indicano che oggi lo etichetteremmo come “migrante”, forse. Qualcuno ha ravvisato le fattezze di uno zingaro nei lineamenti. Possibile. Fossimo state Catherine, avremmo avuto il coraggio di scardinare i pregiudizi? Chissà

  4. Penso che siano tutti legati dalla solitudine…che però è più una condizione che una scelta di vita. E quindi li fa soffrire ma al tempo stesso li tiene legati a un posto inospitale…sono d’accordo con Anna su Heathcliff, ma non su Nelly. Lei è una spettatrice, consiglia ma senza assumere un ruolo di madre sostituta, come forse avrebbe potuto fare. I bambini prima e i ragazzi poi non sono aiutati e indirizzati da nessuno, finendo per autodistruggersi

  5. Riporto anche qui il commento di Anna sui personaggi (vedi post precedente): “La mia lettura è giunta circa alla metà del libro e, per quanto mi sia fatta un’idea dei personaggi, non riesco ancora ad essere certa che quest’idea sarà confermata fino alla fine del libro. L’unico pensiero, con il quale mi sbilancio, è che gli unici, che finora ha “agito”, nel bene o quasi del tutto nel male, sono Heatcliff e Nelly. Tutti gli altri mi sembrano invece subire gli eventi o, comunque, sembrano non avere la volontà di cambiarli. Sospendo il giudizio, e proseguo il mio viaggio nelle loro anime”.

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