Bosudong, il labirinto misterioso dei libri

Bosudong è la fantasia, il mistero, l’avvenimento imprevisto che ti capita in viaggio e che dà un senso non solo al viaggio, ma anche alla vita. Sto esagerando? ora vi racconterò cosa mi è successo mentre visitavo Busan, la “regina del mare” coreana. E dopo aver ascoltato la storia, ditemi voi se la mia meraviglia non è ben riposta.

Un bookcafè qualsiasi…

Tutto inizia con una forte voglia di riposarmi, possibilmente a un tavolino con una tazza di qualsiasi liquido sembri commestibile. Sono appena uscita dal mercato del pesce di Jagalchi e, come vi ho già spiegato, la vista di tutto quel pesce, soprattutto di quello vivo, mi ha un po’ scombussolato. Sulla strada incontro dei ragazzini che mi guardano come se fossi un pesce rosso nell’acquario. Non è la stagione dei turisti stranieri, loro si divertono e vogliono una foto di gruppo. Anche a me sembra divertente e ci facciamo la foto insieme. Subito dopo, attraverso la strada e vedo un’insegna: Boo cafè, la K è saltata.

bosodong ok

Bene, un “boocafè” è proprio quello che ci vuole, ma vi dirò, dall’esterno non c’era niente che mi ispirasse più di tanto, veramente volevo solo un caffè o qualcosa del genere. Entro e capisco immediatamente di essermi sbagliata. Il locale è una vera e propria libreria, stipata in ogni dove, con un angolo caffè e qualche tavolino. Ordino un cappuccino e mi arriva servito in una bella tazza colorata. Fantastico. Tutto mi predispospone al meglio.

bosodong tazza logo

Mi accorgo che la libreria prosegue all’interno con diversi ambienti e gironzolo per curiosare un po’, senza grandi aspettative. Ma a un certo punto, da una delle sale vedo che c’è un’uscita sul retro e, quello che vedo fuori, sembra proprio un banco di libri. Mi sembra di essere finita dentro The king eternal monarch, vi ricordate la scena davanti alla libreria dell’usato? Uguale uguale. Esco e là fuori trovo un mondo parallelo, proprio come succede a Lee Gon nel kdrama! Pazzesco, veramente.

Bosudong 

Insomma, sono finita, del tutto casualmente, nel bel mezzo della Strada dei libri Bosudong. La strada, che in realtà è composta da circa 2 chilometri di vicoli e vicoletti tutti dedicati ai libri con stand che sembrano infiniti, è una goia per gli occhi e il cuore di ogni bibliofilo che si rispetti. E’ fantastico non solo girare per i diversi rivenditori, ma anche occhieggiare quello che scelgono o valutano gli altri. Nel momento in cui sono passata io, essendo mattina, essenzialmente mamme con figli piccoli e studenti. Ve lo dico, se avessi avuto abbastanza tempo, ci avrei passato tutto il giorno. Ed esserci passata dopo aver trascorso due giorni al Tempio di Bomosa ha reso l’esperienza ancora più mistica. Anche perché, la storia di questo Mercato, perché di questo si tratta in fondo, affonda le radici nella cultura e nella storia coreana. Ed è stupefacente a dir poco. Ora vi racconto.

bosodong labirinto logo

La storia di Bosudong

L’atmosfera sonnacchiosa che ho incontrato io a Bosudong non deve trarre in inganno, la storia di queste stradine è tinta di sangue. Il sangue della guerra di Corea. L’area, infatti, era stata aperta per la prima volta negli anni ’50, sulla scia dell’indipendenza della Corea dal controllo coloniale giapponese alla fine della seconda guerra mondiale. Esistevano i presupposti, perché prima della guerra, qui c’era il mercato di Gukje prima che venisse buttato giù. Durante la guerra di Corea, Busan fu dichiarata capitale provvisoria e l’unica città che resistette all’avanzata degli invasori. A un certo punto, fu circondata su tutti i lati, tranne che dal mare. In questo ultimo baluardo di libertà, affluivano profughi da ogni parte della penisola. Alcuni, nella fuga, avevano portato via i loro libri ed erano stati costretti a venderli a poco prezzo, allestendo le prime bancarelle.  Ma come, direte voi, scappano per salvarsi e si portano dietro un peso inutile? Il fatto è che per loro i libri non erano per niente inutili. Anzi, una delle cose più preziose che avessero. Prima della guerra, infatti, Pyongyang e le aree di quella che sarebbe diventata la Corea del Nord, ospitavano una popolazione molto benestante e istruita. Immaginate cosa devono aver passato questi studiosi, o professionisti, nel dare via a poco prezzo quello che avevano studiato e letto per tutta la vita? Immaginateli mentre vanno via e riempiono la sacca di quello che è trasportabile, le pagine simbolo della loro esistenza

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Perdetevi nel labirinto

Non è una storia incredibile? Per questo vi dico, se arrivate fino a Busan, e se amate i libri, questo pezzo di storia coreana è imperdibile. Magari fate al contrario: prima gironzolate per gli stand e poi fermatevi a gustare un buon caffè. Ci sono locali a tema libri e personaggi tutto intorno al mercato, non mancherà certo quello di vostro gusto. Come non mancherà una bancarella a tema che vi farà trovare la perla che stavate cercando. Magari, chissà, appartenuta a un antenato dell’ufficiale Ri Jeong-hyuk prima che incontrasse Yoon Se-ri (Crash landing on you). E sempre a proposito di kdrama, proprio dentro Bosudong è stata girata la scena del tenero bacio tra Louis e Go Bok Shil nell’episodio 8 di Shopping King Louis

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Che ne pensate di Bosudong? Vi piacerebbe visitarlo? Scrivetemi nei commenti le vostre impressioni!

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I miei giorni leggeri leggeri alla libreria Morisaki

Templestay, due giorni nella vita di un monaco coreano

Templestay, un viaggio nel viaggio. Due giorni nella vita di un monaco buddista che ha scelto di ritirarsi in un tempio. Trappola per turisti o esperienza per chi vuole trovare se stesso, come recita il sito ufficiale? Vi racconto tutto sulla mia esperienza nel tempio di Beomeosa, a Busan.

Appuntamento alle 14

Sono arrivata al tempio il sabato pomeriggio, con un autobus che mi ha lasciato a circa un km dal tempio. Il resto, tutto a piedi, in mezzo a una stupenda foresta con i colori dell’autunno.

templestay bosco logo

Appena arrivata nel tempio, la coordinatrice e interprete del programma templestay, volontaria come il resto dello staff, mi ha accolto nella parte degli alloggi riservati a chi decide di vivere quest’esperienza. Mi ha consegnato il cartellino con il mio nome in hangul e alfabeto e la divisa color glicine da indossare per la durata del soggiorno. Poi, ci hanno dato un po’ di tempo per girare nei dintorni, prima dell’incontro con il monaco. Nel frattempo, con gli altri partecipanti al templestay ci siamo un po’ studiati. Quasi tutti coreani, alcune famiglie, una coppietta di francesi e una signora svedese a rappresentare l’Europa.

templestay partecipanti logo

Il monaco si presenta

Dopo un’oretta siamo arrivati tutti e finalmente arriva il monaco. Si presenta subito dicendo di essere un monaco novizio, appena ordinato. Dice anche di essere cresciuto negli Stati Uniti e di essere tornato in Corea del Sud per scegliere la strada della religione subito dopo. Poi, passa a darci le informazioni pratiche sul templestay. Prima di tutto, cosa fondamentale!, come sedersi a gambe incrociate senza rimanere bloccati al momento di alzarsi. Secondo, un accenno sui riti buddisti e su cosa ci aspetta di lì a poco. Informazione che rassicura tutti all’istante, nessuno è obbligato a fare niente. La partecipazione è completamente libera, in tutti i sensi. Quindi, prostrazioni e meditazione sono a discrezione del partecipante, se per motivi ideologici o di salute non può partecipare, è libero di non farlo. Sembra banale, ma vi assicuro che nel corso dell’esperienza, ne capirete l’importanza. Continuate  a leggere e vi darò un assaggio. Finita questa breve introduzione, ci ha accompagnato in un tour di gruppo del tempio.

Il tour del tempio

Il templestay prevede come prima cosa il tour del tempio. La visita è iniziata dal punto più basso, dove ci ha fatto osservare i caratteri “下馬 “, cioè “smonta cavallo” incisi su un pilastro, che in passato indicava agli ospiti che arrivavano a cavallo il punto per lasciarlo.

templestay smonta cavallo logo

Abbiamo proseguito attraverso le quattro porte d’ingresso del tempio: la prima, sostenuta da quattro pilastri di pietra, la seconda contenente quattro feroci guardiani del tempio, la terza che rappresenta il concetto buddista di non dualità e l’ultima, che sorregge un intero edificio. 

primo cancello logo guardiani templestay logo terzo cancello logo

Siamo così arrivati al cortile principale del tempio, da dove con una rampa di scale fino a Daeungjeon, la sala centrale, anche detta “sala del Dharma”.

templestay sala logo

Nonostante sia la sala principale, i due edifici alla sua sinistra e destra sono in realtà i preferiti dai visitatori: a sinistra, un piccolo edificio dietro un’enorme pietra incisa risale ai tempi pre buddisti. Dedicato al dio della montagna, è l’unico posto a Beomeosa dove ai devoti è permesso portare alcol come offerta sull’altare. A destra, Gwaneumjeon Hall è il tempio più popolare poiché è lì che Avalokitesvara, il Bodhisattva della compassione, risponde ai desideri delle persone. La disponibilità del nostro accompagnatore nel rispondere alle nostre curiosità mi ha molto colpito. Come immaginerete, la domanda più ricorrente è: perché? Perché una persona abbandona il mondo e gli affetti per diventare un eremita? Lui ci ha confessato candidamente che la religione non è quasi mai il motivo, o l’unico motivo, per cui una persona decide di farsi monaco. Anzi, sono spesso le vicende della vita, o le difficoltà del percorso, che fanno propendere per una scelta così radicale. Sembrava quasi di avere di fronte il monaco del kdrama Naui Ajusshi, lo ricordate? 

dhandmonk

La cena

Alle 17 scatta l’ora della cena, il barugongyang, cioè il pasto vegetariano dei monaci buddisti. Molto presto, perché prima di andare a dormire è prevista un’altra parte del programma, come vi dirò tra poco. Comunque, questa è la parte del programma a mio avviso in cui sarebbe bene arrivare preparati, perché può trasformarsi in un momento molto imbarazzante. Dovete sapere, infatti, che per i monaci il pasto non è un momento conviviale, come per la maggior parte delle persone. Al contrario, è anch’esso un processo di meditazione. Ragione per cui, non solo il pasto va consumato in rigoroso silenzio, ma anche in fretta! Il tempo ci è stato dato all’inizio, solo quindici minuti per finire tutto. Ora, dovete sapere che io mangio con una lentezza esasperante. Figuratevi, quando ho sentito che ci avrebbero praticamente cronometrato, mi è quasi venuto un colpo. Ero talmente agitata, che non ho sentito la raccomandazione chiave: finite tutto, senza lasciare neanche un avanzo, tranne la radice gialla. Che ho fatto secondo voi? Ho mangiato pure quella! Allora loro, carinamente, ne hanno data una seconda a me e a un altro paio di persone che l’hanno mangiata. E io ho pensato: “che gentili, ne hanno poche e le danno alla straniera”. Quando hanno visto che prendevo le bacchette per inforchettare, l’assistente è arrivata di corsa “stop! stop!”, rompendo il silenzio. Non potete capire come mi ha guardato il monaco. La radice gialla, infatti, serve a sgrassare i piatti a fine pasto e a favorire la digestione. Quindi va mangiata per ultima, dopo un complicato rito di pulizia e impilaggio delle ciotole in un ordine prestabilito.  Hahahahah! Non avevo capito niente! Comunque, subito dopo siamo andati a pulire i piatti in modo tradizionale, con il sapone. Quello lo so fare 🙂

Musica

Dopo cena, scatta la serata danzante. Prima, ci hanno fatto assistere a un’esibizione di tamburi: una squadra di monaci sale su un’apposita torretta, dove è montato un tamburo gigante centrale e suona, dandosi il cambio, o suonando a coppie, senza mai far cessare la musica. E’ stato un momento molto suggestivo, ma anche questo breve, perché prima di andare a dormire i monaci fanno esercizio fisico.

108 prostrazioni

E’ il momento delle 108 prostrazioni. Avete visto il kdrama Vincenzo? A un certo punto Vincenzo e il funzionario si ritrovano nella sala del tempio e gli occupanti del palazzo prima e i due monaci dopo li trovano a genuflettersi.

Che ci fate qui?
Facciamo i 108 inchini.
Così all’improvviso? Perché?
Per liberare i nostri cuori dall’avidità e dall’egoismo.

Nella fase di accoglienza ci avevano spiegato perché sono proprio 108, il numero degli illuminati del buddismo, e ci hanno fatto vedere come farle, avvertendoci che non è necessario farle tutte, perché bisogna sempre rispettare il fisico e i suoi limiti. Un po’ il principio dello yoga, non a caso le prostrazioni ricordano il saluto al sole. Che ve lo dico a fare, non sarei uscita di lì senza averle fatte tutte e 108, ma sono stata uno dei pochi. La maggior parte ha preso il tappetino, ne ha fatta qualcuna e poi ha atteso tranquillamente che finissimo. Nel frattempo, un tamburo e i canti dei monaci davano il ritmo all’esercizio. Considerate che il tempio rimane aperto fino a tardi, quindi noi eravamo mescolati ai fedeli. In questo e in altri templi ho visto che a volte le persone si fermano, fanno tre prostrazioni ed escono (penso sia come l’acqua santa e  il segno della croce per i cattolici).

A nanna

E’ ora di andare a letto, anche se l’atmosfera si è fatta molto intima e piacevole. Le persone sono andate via, regna il silenzio e il buio ha preso possesso del complesso.

templestay notturno logo

C’è il tempo per una doccia e poi tutti a dormire, su un futon steso a terra, gli uomini in una sala e noi donne in quella dell’accoglienza mattutina, perfettamente pulita per accogliere dodici donne. Accanto a me, la signora svedese. Devo dire che ho fatto fatica ad addormentarmi, anche se non ci sono stati rumori molesti. Per la sveglia del mattino ci hanno dato due opzioni: alle 04:15 per una nuova sessione di tamburi o alle 5 per la colazione. Sono masochista, lo so, ma ho scelto le 04:15, non volevo perdere neanche un secondo dell’esperienza.

templestay letto logo

Sveglia alle 04:15 

Dopo aver passato la notte in dormiveglia, quando hanno svegliato le volontarie all’ora convenuta, sono scattata subito in piedi. Dormire per terra l’ho trovato comodo, ma avevo paura di non riuscire a svegliarmi. Fuori è ancora buio e c’è talmente tanto silenzio che il rumore dei passi sulla ghiaia sembra quello degli assassini nei film thriller. Ci avviciniamo alla torretta della sera precedente e assistiamo a una nuova performance dei monaci suonatori di tamburo. Se possibile, è ancora più suggestiva di quella della sera precedente. Non so, è come se chiamassero a raccolta le forze dell’universo. Subito dopo, entriamo nel tempio per le prostrazioni. Non 108 come la sera prima, solo tre. Se la sera precedente l’attività fisica era seguita alla meditazione, al mattino il rito è a al contrario. Prima l’attività fisica, poi la massima concentrazione.

Meditazione

Questa è stata una delle prove più dure del templestay, forse più impegnativa delle 108 prostrazioni. Venti minuti immobili, a gambe incrociate, con gli occhi chiusi, nella posizione yoga del loto. Il monaco ci ha dato il là, chiedendoci di riflettere su questa domanda: chi ero io prima di nascere? Io ho usato un cuscino per stare più comoda e, dopo un po’, in parecchi mi hanno imitato. Sembrano pochi, ma venti minuti in quella posizione ucciderebbero chiunque, se non sei abituato. Avevo già fatto sessioni di meditazione durante le lezioni di yoga, quindi più o meno sono riuscita a portare a termine il compito. Dietro di me, però, è successo di tutto. I più giovani, i coreani figli di chi li ha trascinati lì, si sono alzati e sono usciti. A un certo punto, la sveglia di un telefono a iniziato a squillare ad altissimo volume. Il monaco non si è mosso di un centimetro e neanche i partecipanti, all’inizio. Poi, la ragazza francese ha preso in mano la situazione e, sbuffando, è andata nello spogliatoio per spegnerlo, seguendo il suono. Ovviamente la colpevole si è guardata bene dallo scusarsi per l’interruzione. Come faccio a sapere che era una donna? Perché dopo la meditazione l’ho sorpresa furtivamente a guardare il telefono rosso che la ragazza aveva in mano! Ora so per certo che la signora coreana di solito si sveglia alle 6 di mattina, perché a quell’ora più o meno stavamo meditando. Mentre il telefono squillava, ho aperto un occhio per vedere se qualcuno si alzava per spegnere e, non ci crederete, qualche coreano aspettava tranquillamente seduto con lo specchio in mano. Non c’è niente da fare, ossessionati dall’estetica in ogni contesto.

La meritata colazione

La giornata dei monaci inizia in maniera movimentata, come avete visto. La colazione arriva dopo e più o meno è uguale alla cena, anche se un po’ meno varia. Giusto il tempo di lavare i denti e poi via, verso il secondo tour del templestay.

L’hermitage 

Nel secondo giro, il monaco ci ha portato a fare una breve escursione in uno degli undici eremi situati sulle colline che circondano Beomeosa. Sono dei piccoli templi, in cui i monaci si ritirano durante il periodo invernale. Noi abbiamo visto quello di Cheongnyeonam, che è caratterizzato da un enorme Buddha dorato circondato da statue, che rappresentano animali, personaggi ed elementi del buddismo coreano. Mentre facevamo foto, il posto è davvero molto bello, il religioso ci ha spiegato che i monaci vivono nel tempio inferiore durante la bella stagione e si ritirano in meditazione solitaria durante l’inverno. In questo periodo, passano lunghe giornate senza parlare con nessuno e meditando, anche per venti ore di seguito. Riuscite a immaginarlo? La vita del monaco non è così semplice come potremmo pensare. 

templestay alba logo

Tè con il monaco

Siamo alle battute finali, il templestay sta per terminare. Tornando alla base, ci fanno rilassare dandoci i pallini per costruire il nostro braccialetto buddista di legno e, subito dopo, sgomberiamo la sala per prende il tè con il monaco senior. Davanti a una tazza di tè coreano e due dolcetti colorati, il monaco si presta a rispondere alle nostre curiosità. E’ stata una conversazione un po’ difficile da seguire, perché i partecipanti coreani si sono ovviamente dimostrati più curiosi e hanno articolato le domande in modo complesso, tanto che a un certo punto la traduzione è stata certamente più semplificata rispetto alla conversazione. Ma è stata comunque piacevole da seguire. 

tè col monaco logo

Lo consigli?

Assolutamente sì, il templestay è un’esperienza unica e sincera. A patto che abbiate voglia e un minimo di preparazione per affrontarla. I ragazzi francesi sono andati via prima del termine, evidentemente annoiati. I ragazzi coreani hanno sofferto e anche qualcuno degli adulti. Per tutti gli altri, sono sicura che sia stata un’esperienza entusiasmante, come lo è stata per me. Non ci sono mezze misure, o la amate o la odiate. Solo noi conosciamo noi stessi, sconsiglio di farla come gita turistica senza voglia di riflettere, questo sì. Se invece avete voglia di entrare in un mondo così diverso da quello a cui siamo abituati, vi lascerà qualcosa d’importante.

Allora? Che ne pensate del templestay? Vi incuriosisce come esperienza? La fareste?

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Memorie dal sottosuolo – Fëdor Dostoevskij

Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij  è il secondo audiolibro, dopo Orgoglio e pregiudizio, che inizio e finisco nello spazio di pochi giorni.  Sempre di Ménéstrandise Audiolibri e ascoltato su Spotify. Se state cercando un titolo per avvicinarvi agli autori russi, o a Dostoevskij in particolare, mi sento di consigliarvelo. Soprattutto ora che causa Covid passiamo più tempo nel sottosuolo di casa nostra…

Trama 

A quarant’anni Fëdor Dostoevskij è uscito da poco da una serie di vicende drammatiche (la militanza socialista, la condanna a morte commutata all’ultimo momento, la deportazione siberiana) e, pur praticando un’intensa attività giornalistica, sta ancora cercando la sua strada. “Memorie dal sottosuolo” (1864) è il libro che annuncia i capolavori della maturità. Con i suoi tratti autobiografici, il protagonista delle memorie è un uomo timido, senza risorse e protezioni, che la brutalità della vita sociale respinge nel sottosuolo, e a cui non resta che cercare uno sfogo provvisorio tormentando chi sta ancora più in basso di lui: Liza, misera prostituta alle prime armi, incontrata in una sera di neve bagnata.

Il sottosuolo

Il libro è diviso in due parti. Nella prima, l’autore russo ci introduce al concetto di sottosuolo, quel luogo recondito dove albergano le più infime pulsioni umani. Il protagonista è un uomo apparentemente timido, che sfoga la sua aggressività quando non dovrebbe, che agisce impulsivamente e si pente un minuto dopo, che soffre in una società che lo relega al margine solo perché non accetta le convenzioni e non è simpatico come alcuni suoi colleghi. Che finiscono per avere più riconoscimenti anche senza meriti particolari.

Liza

Anche nella vita privata le cose non vanno meglio. Con il suo unico servitore ha un rapporto difficile, perché non sempre riesce a pagarlo. E si è innamorato di una prostituta, Liza, sulla quale però finisce per sfogare tutte le sue frustrazioni.

La sofferenza è l’unica origine della coscienza 

Quello che Dostoevskij ci apre è il diario di quest’uomo, il suo ritratto più intimo, nel quale confessa quello che in pubblico nessuno oserebbe mai neppure pensare. Seguiamo pagina dopo pagina i suoi ragionamenti e le sue paranoie, trovandolo a volte esagerato, a volte troppo rancoroso, spesso nel giusto. Vi troverete ad esclamare “anch’io!” più e più volte, perché tutti abbiamo un sottosuolo, che il ruolo sociale non raggiunge. E da questo momento in poi, nelle opere di Dostoevskij il sottosuolo non mancherà mai. E sarà difficile accettare che esista, che conviva in noi, che la nostra immagine faccia a pugni con il nostro io più profondo. Ma non è forse vero che La sofferenza è l’unica origine della coscienza? 

Voi l’avete letto? Scrivetemi nei commenti cosa ne pensate 🙂

***

Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a se stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l’uomo ha paura di svelare perfino a se stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.

Tutti noi ci siamo disabituati alla vita, e zoppichiamo tutti, chi più chi meno. Ci siamo anzi a tal punto disabituati che avvertiamo talvolta una sorta di ripugnanza per ciò che è veramente “vita viva”, e perciò non riusciamo nemmeno a sopportare che qualcuno ce ne parli. Già perché noialtri ormai siamo arrivati a un punto tale che tutto ciò che è veramente “vita viva” lo consideriamo quasi una fatica, quasi un qualcosa che si fa per dovere di servizio, e siamo tutti d’accordo che è molto meglio quello che leggiamo nei libri.

Viaggio in Corea del Sud: Train to Busan

Immaginatevi la scena: Halloween, buio, una banchina deserta e un segnale orario luminoso con la scritta “Train to Busan”. Le premesse per un viaggio horror ci sono tutte…

busan trainE invece niente. A bordo niente zombie, ma soprattutto niente Gong Yoo, ahimè. In 47 minuti il treno arriva da Dagu a Busan con un viaggio super tranquillo. Dato che le città coreane sono organizzate tutte nello stesso modo, anche qui metropolitana e arrivo in albergo quasi senza problemi. Dico quasi perché stavolta una minima conoscenza dell’hangul, l’alfabeto coreano, mi ha salvato, altrimenti non avrei riconosciuto il nome dell’hotel, scritto solo in coreano. Comunque, alla fine ce l’ho fatta a districarmi tra le stradine, dove impazza lo street food. Il mio albergo, infatti, si trova vicino al mercato del pesce di Jagalchi, il più grande della Corea del Sud. Non potete venire a Busan e non passarci.

Il mercato del pesce di Jagalchi

E infatti è proprio da qui che parto, anche se in realtà non è la prima cosa che ho visto. Il mercato mi dà una sensazione strana: da una parte mi piacciono i colori, le ajumma che vendono, la straripante varietà di pesce. Non avevo mai visto un mercato del pesce di questa grandezza. Dall’altra, non posso che provare pietà per questi poveri animali, ancora vivi nelle loro vasche. Come anche nei ristoranti, qui il pesce viene scelto dal cliente, prelevato dalle vasche e consumato immediatamente. Un’abitudine che non posso e non voglio giudicare, ma che mi porta a prendere le distanze. A un certo punto, un venditore, pensando sicuramente che la turista avrebbe gradito, si è messo a giocare con un pescetto, che gli è sgusciato tra le mani cadendo sul pavimento. Da vedere? Assolutamente sì. Ci tornerei? No.

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Gamcheon Culture Village

Al Gamcheon Culture Village, invece, tornerei anche domani. E’ un villaggio in collina che durante la guerra consentì a molte persone di rifugiarsi negli anni. Poi era caduto un po’ in disuso, finché è stato oggetto di una ristrutturazione complessiva. Oggi è abitato in prevalenza da artisti, le casette sono state dipinte di un bel celeste e tutti i turisti ci passano per farsi una foto con il piccolo principe, posizionato in zona panoramica. Io vi consiglio invece di farvi un bel giro per tutto il villaggio e magari pure la foto con il piccolo principe, se c’è poca fila. Cosa che penso succeda solo all’alba. Passate all’ufficio turistico e fatevi dare la mappa. Nella mappa c’è un giochino: se raggiungete determinate tappe, troverete un timbro da apporre sulla mappa. Una volta davano un regalo al completamento dei timbri, ora non più. Ma voi fatelo lo stesso. Vi servirà per esplorare il villaggio come mai fareste senza. E guardatevi intorno con attenzione. Io mi sono divertita tanto, ho scoperto degli angoli impossibili, delle installazioni artistiche notevoli, degli scorci particolari. E’ impegnativo, non lo nascondo, perché il percorso è quasi tutto in salita/discesa. Ne vale la pena, però.  In una delle tappe, per esempio, ho spedito una cartolina a me stessa. Nel chiosco, infatti, puoi comprare la cartolina e scrivere a te stesso, decidendo se vuoi riceverla dopo un mese o dopo un anno. Io ho scelto un anno e giustamente mi è arrivata dopo un mese :D. Ma è stato comunque divertente e anche strano. Il giro completa dura minimo due ore, ma anche di più, a seconda di quanto deciderete di fermarvi in ogni tappa.

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BIFF Square

La lettera a te stesso non sembra una cosa da film? E infatti siamo nella città giusta. Busan negli ultimi anni si è imposta nel panorama del cinema mondiale grazie all’organizzazione del Festival Internazionale del Film di Busan (BIFF). Da qui il nome di questa strada, BIFF Square, in cui per circa 500 metri è possibile andare alla ricerca degli attori e registi preferiti che hanno lasciato l’impronta del loro palmo sull’asfalto, in una sorta di walk of fame. E’ un’area in cui vi imbatterete sicuramente anche per caso, poiché si trova in una zona trafficatissima di shopping, street food e passeggio. Vedo anche, a sorpresa, l’impronta italianissima di Ennio Morricone.

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I templi: Haedong Yonggungsa e Bomosa

I templi buddisti che varrebbe la pena vedere se visitate Busan sono due, Haedong Yonggungsa e Bomosa. Del secondo vi parlerò più diffusamente in questo articolo, perché è quello che ho scelto per vivere la pazzesca esperienza del templestay, di cui vi spiegherò tutto per bene, così potrete decidere se fa al caso vostro o no.

Due templi, dicevamo. Se avete poco tempo a disposizione, vi suggerisco Haedong Yonggungsa, perché ha una particolarità. Invece di essere incastonato in qualche montagna difficilmente raggiungibile, si affaccia sul mare  dell’Est, verso il Giappone, da qui il nome “Tempio del mare” ed è facilmente raggiungibile in autobus. Vi consiglio di visitarlo in serata perché si svuota, come del resto tutti i templi che ho visitato durante il viaggio. All’entrata c’è una ruota a protezione dei guidatori (!) e poi ci sono 108 scalini, fiancheggiati da lanterne di pietra, da scendere per arrivare quasi al livello del mare e godere di un panorama meraviglioso. Sembra che questo tempio abbia il potere di far realizzare almeno un sogno di coloro che lo visitano, per questo è così trafficato. Se sbagliate orario potrebbe sembrarvi caotico, quindi seguite il mio consiglio. Io mi sono soffermata soprattutto sul Buddha in preghiera che offre le spalle al mare. Tra le onde che s’infrangono sugli scogli, le persone che pregano in silenzio, l’aria tersa e lo sguardo che si perde nell’orizzonte d’acqua, non sarei mai voluta risalire. Anche perché fare i 108 gradini al contrario non è una passeggiata! :p Anzi, approfitto di voi: se qualcuno andrà al tempio, vi prego, contate i gradini per me. Perché io ne ho contati 109, ma sarà stata la stanchezza?

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Le spiagge: Songdo, Dadaepo, Haeundae

Al tempio di Haedong Yonggung vi consiglio di abbinare la spiaggia di Haeundae, che è uno dei posti in cui i coreani vanno a divertirsi. Non sarebbe male passare la giornata in spiaggia, se il tempo lo consente, e poi andare al tempio, lì a poca distanza. Quando l’aria è limpida, dalla collina si vede la costa del Giappone, mentre la sera, quando si accendono le luci della città, diventa un luogo romantico. E’ pieno di locali, alberghetti e ristoranti, anche perché spesso organizzano eventi musicali sulla spiaggia.

Songdo beach skywalk 송도해수욕장

E’ la spiaggia che mi è piaciuta di più. Purtroppo anche qui sono arrivata in serata e non ho potuto fare il giro con la funicolare aerea perché era troppo tardi e avrei rischiato di non tornare indietro. Secondo me però, se andate di giorno, un giretto lo merita. La vista sull’oceano e sullo skyline di Busan è comunque fascinosa. Un po’ meno fascinoso il signore in pigiama seduto sulla panchina, ma anche lui ha meritato una foto. La parte migliore è una passerella curva sul mare che porta a uno scoglio con due statue, di un marinaio e una sirena distanti che cercano di toccarsi con le braccia alzate. Romantico, non trovate?

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Dadaepo

Sempre in tema di romanticismo, questa è una chicca che vi do, soprattutto se avete deciso di dichiararvi a Busan. Dadaepo è una spiaggia un po’ fuori mano, si trova al capolinea della metro e poi bisogna camminare per un po’. I locali la usano per fare picnic e per sfuggire alla folla che assalta le più famose. Arrivando, ho notato una panchina con un grande anello di fidanzamento. I coreani non lasciano nulla al caso: fatela sedere sulla panchina, inginocchiatevi e tirate fuori l’anello. Insomma, fate le cose perbenino, hahaha!

logo Anello fidanzamento Busan

L’articolo finisce qui, ma la visita a Busan no. Come già anticipato, vi parlerò della mia notte al tempio di Bomosa e di un mercato un po’ particolare…(continua)

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Viaggio in Corea del Sud: il Tempio di Haeinsa

Lascio Chuncheonfiume che scorre quando arriva la primavera, per immergermi direttamente nel paesaggio fiabesco del Tempio che si riflette sul mare liscio, Haeinsa (해인사, Heinsà in italiano, dove Sa sta per “tempio maggiore”). E’ uno dei tre gioielli coreani, templi buddisti di particolare importanza. Il tempio Haeinsa è il secondo più rilevante, perché al suo interno custodisce i Tripikaka coreani. Che è anche il motivo per cui vi consiglio di sceglierlo come tappa del vostro tour in Corea del Sud.

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Tripikaka coreani

I Tripikaka coreani sono delle scritture buddiste scolpite su 81.258 blocchi di stampa in legno, che Haeinsa ospita dall’anno 1398 e che fanno di questo tempio il secondo in ordine di importanza dopo Tondosa, il primo perché è il più grande e soprattutto perché rappresenta Buddha stesso. Tanto è vero che è l’unico a non avere una statua di Buddha all’ingresso. Ma torniamo ai nostri Tripikaka. I Tripikaka sono l’insieme delle Scritture buddiste scolpite su 81.258 blocchi di stampa in legno, realizzati durante la dinastia Goryeo (918-1392) e oggi patrimonio dell’UNESCO. Il valore storico dei Tripitaka Koreana deriva dal fatto di essere la collezione più completa ed accurata di trattati, leggi e scritture buddhiste, in cui non è stato trovato alcun errore negli oltre 52 milioni di caratteri cinesi organizzati in 6.568 volumi e 1.496 titoli. Ogni tavoletta è lunga 24 centimetri e larga 70, mentre lo spessore varia fra i 2,6 e i 4 centimetri e il peso fra i 3 e i 4 chili. I compilatori della versione coreana incorporarono altre antiche versioni e vi aggiunsero versioni scritte da monaci rispettabiliLa qualità delle incisioni su tutte le tavolette è attribuita al Precettore nazionale Sugi, che le controllò attentamente in cerca del più piccolo errore. Proprio per la loro accuratezza, sulle Tripitaka Koreana sono basate le versioni giapponesicinesi e di Taiwan

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Scampati alla distruzione 

Purtroppo oggi possiamo vederli solo dall’esterno, protetti da grate in legno che ne assicurano la conservazione. E’ come se fossero in carcere, conservati come sono in quattro edifici nella parte più antica e più alta del tempio, Janggyeong Panjeon. Una costruzione fatta ad hoc per le tavole e che nei secoli è scampata a incendi, invasioni e distruzioni. Addirittura, durante la guerra di Corea avrebbe dovuto essere bombardato, senonché il pilota si rifiutò di obbedire agli ordini. Anche se li ho visti solo da lontano, sono molto suggestivi. Sarà perché quando li ho visitati non c’era quasi nessuno, ma mi è sembrato quasi di poter respirare il lavoro silenzioso e paziente dei monaci che li hanno creati.

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Il Tempio Haeinsa 

Anche se il motivo principale per visitare il tempio sono i codici, il tempio in sé merita una visita. E’ stato fondato durante il terzo anno del regno di re Ae-jang (802) da due monaci Suneung e Ijung. Il nome “Haein” ha origine dall’espressione “Haeinsammae di Hwaeomgyeong” (scrittura buddista), che significa “il mondo veramente illuminato di Buddha e la nostra mente naturalmente incontaminata”. Un’altra interpretazione del nome, invece, fa riferimento allo stato mentale del Buddha, talmente rilassato da essere come il mare calmo, che riflette le cose per come esse realmente sono. I due significati, comunque, in un certo senso si incontrano. Sia come sia, l’atmosfera è davvero quella incontaminata del mare calmo, anche se costruito in montagna.  A partire dalla prima porta, Iljumun, che nella maggior parte dei templi buddisti coreani ogni sattva deve superare per diventare un Buddha, che è considerata un’opera rappresentativa dell’architettura antica. Il sentiero continua in salita attraverso la Porta dei Quattro Re Celesti che custodisce il tempio e il Bullimun, o “porta della non dualità”, che rappresenta l’unicità di tutte le cose. All’interno dell’area principale del tempio, che si trova a un livello più alto rispetto alle porte d’ingresso, ci sono circa una dozzina di sale. Il principale, Daejeokgwangjeon, è dedicato a Vairocana Buddha, che rappresenta l’eterna verità dei precetti esposti nelle scritture buddiste.

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Yeongji, lo stagno della riflessione

Uscendo dal tempio, fermatevi a rimirare questo stagno. A parte la bellezza dei colori, ha una storia curiosa. Sembra, infatti, che la regina madre Heo, la moglie di re Kim Suro, del Regno Gaya, nella sua vita si recò sul Monte Gaia diverse volte, per vedere i suoi sette figli che avevano rinunciato alla mondanità per ritirarsi sul monte. La regina, però, non era in grado di scalare il monte, per motivi di salute. Per lei fu quindi creato questo stagno, che in determinate ore riflette la sommità del monte e il tempio Heinsa. Volgendo lo sguardo alle sue acque, la regina poteva pregare e ammirare il monte. Da qui, il nome di “stagno della riflessione”. Se guardate bene l’acqua in foto, lo vedrete anche voi.

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God of War

Gq8J5mSolo nel 2012, e solo una volta, il tempio di Heinsa è stato utilizzato per un kdrama: God of war, un drama in costume basato su una storia vera. E’ un kdrama che devo assolutamente vedere, anche perché non sono riuscita a trovare foto degli esterni.

Come arrivare al Tempio di Heinsa 

Haeinsa si trova sul monte Gaya, nella provincia del Gyeongsang Meridionale, ed è tuttora un attivo centro di insegnamenti Seon. Per arrivarci, la maniera più semplice è arrivare in treno a Daegu (2 ore da Seoul), fare 13 fermate di metropolitana e prendere un bus dalla stazione di Daegu Seobu Terminal (costo, 8100 won) fino alla fermata Haeinsa Temple, l’ultima, verificando prima gli orari di apertura a seconda della stagione. Haeinsa è l’ultima fermata. Prima che l’autobus si fermasse, un signore è salito e ci ha chiesto 3.000 won a persona. Li ha però chiesti solo agli stranieri e non vi so dire se si tratta di un’offerta “volontaria”, come credo, o un pagamento dovuto, dal momento che poi nessuno ci ha chiesto di far vedere il biglietto. Più probabile che si tratti di una richiesta “spintanea”, comunque poco costosa. Dal punto in cui vi lascia l’autobus, dovete tornare leggermente indietro e seguire i cartelli per circa 1 km. Sarà comunque pieno di donne che vendono cibo e altri prodotti lungo la strada, quindi non potrete sbagliare. Troverete il tempio dopo circa mezz’ora di camminata. Altrimenti, è sempre possibile arrivare in macchina o taxi. Oppure, se siete nella regione per una visita più lunga, potreste approfittare per fare trekking arrivandoci a piedi, soprattutto in autunno dove i colori caldi delle foglie giallorosse vi cattureranno. 

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Train to Busan 

Ora per me è tempo di ripartire e di prendere un altro treno. Un train to Busan

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